[Moderatore]
Grazie per l'intervento.
Mi piace condividere un'osservazione che può essere utile perché sarà
ricorrente anche nei successivi interventi. È stato detto più volte
come, ogni qual volta si fa una scoperta e si identifica una cosa che
non era stata vista prima, si debba tornare indietro, rimettere in
discussione tutto e aggiornare le conoscenze di conseguenza. Questa è
un'osservazione importante che riguarda sia gli studi di tipo
storico-archeologico sia quelli scientifici, di cui vedremo altri
esempi, e che ritengo particolarmente preziosa in quest'epoca. Viviamo
in un periodo in cui si tende a essere assoluti e totali; in realtà,
tutti i tipi di conoscenze evolvono e ogni piccola scoperta comporta il
ridiscutere quello che si sa già. Vedremo diverse di queste situazioni.
Passo quindi la parola a Federico Magrì, ricercatore ed ex presidente
del Museo di Scienze di Pinerolo (museo purtroppo ormai defunto e
smantellato con una brillante scelta istituzionale). Federico ci
parlerà del talco di Parant.
[Relatore]
Buongiorno a tutti.
Partiamo dal titolo, "Il Talco di Parant, una storia a noi vicina", e
cerchiamo di chiarire subito il perché ci sia così vicina. Lo è per due
motivi. Il primo è strettamente geografico: come vediamo dalla mappa,
noi ci troviamo a San Martino di Perrero (la croce individua molto bene
la chiesa) e a poche centinaia di metri da qui in linea d'aria abbiamo
le borgate Longhi, Parant e Ribetti e, più in là, l'abitato di
Chiabrano. Questa storia che vengo a raccontarvi è ambientata proprio
all'interno di quel poligono rosso-violetto che delimita la zona del
permesso di ricerca. Ma andiamo con ordine.
Faccio una premessa: si tratta ancora di un lavoro preliminare, nel
senso che necessita di ulteriori approfondimenti per delineare meglio
il quadro, ma ci sono già degli elementi interessanti. Le prime notizie
di scavi e ricerche di talco nella zona di Parant le ho raccolte da un
testimone diretto. Questa persona, che ha già circa 80 anni (quindi
andiamo molto indietro nel tempo), mi ha raccontato che i suoi
bisnonni, intorno al 1880, avrebbero svolto dei primi scavi per cercare
il talco sui terreni di loro proprietà. Questa però è una di quelle
informazioni che richiede verifiche, pertanto dovrò recarmi
nell'archivio storico di Perrero per cercare qualche riscontro
documentale.
In una relazione di un ingegnere del distretto minerario, conservata
all'Archivio di Stato di Torino, viene invece citato che intorno al
1920 un certo cavalier Tessore effettuò ulteriori ricerche e scavò ben
tredici gallerie, per una lunghezza totale fino a 400 metri, le quali
però vennero presto abbandonate. Quella dei Tessore è una famiglia
ancora presente nella zona; un Tessore fu anche sindaco di Perrero
negli anni '60. Questo è un altro filone di ricerca che richiede di
essere approfondito. La storia di cui invece ho trovato una ricca
documentazione all'Archivio di Stato parte il 10 marzo 1951, quando
l'ingegner Ernesto Fea presenta una domanda per un permesso di ricerca.
Fea era un piccolo imprenditore torinese che per molti anni si era
occupato di estrazione, macinazione e commercio di minerali non
metallici per l'industria (come talco, grafite e caolino), operando
però a un livello non paragonabile con quello della società Talco &
Grafite Val Chisone.
Il permesso gli viene accordata dal distretto minerario il 16 aprile
del 1951, con una validità di due anni. In questo biennio il Fea aveva
facoltà di fare tutto ciò che riteneva opportuno per ricercare,
individuare e stimare la consistenza del giacimento di talco. Perché
ebbe l'idea di cercare il talco a Parant? Molto semplicemente perché
immediatamente a ovest dell'area concessa c'era la concessione
mineraria sfruttata a livello industriale dalla società Talco &
Grafite del Vallone, e quelle miniere avevano una discreta importanza
in termini produttivi. Questo primo permesso venne denominato
"Traverse", in quanto nella zona sud comprendeva effettivamente
l'abitato di Traverse, ma nella realtà gli scavi si concentravano tutti
sulle tre borgate di Ribetti, Parant e Longhi.
Pochi mesi dopo, l'ingegner Fea, davanti all'allora sindaco di Perrero
Luigi Poët, redige come d'obbligo il verbale annuale di denunzia di
esercizio. Sul verbale vengono indicati i dati dell'attività svolta e
nominato come sorvegliante dei lavori un certo Oreste Ribet. Più avanti
ne parleremo meglio: è un personaggio interessante che diventerà il
vero protagonista di questa storia. Probabilmente, fin dall'inizio dei
lavori, Ribet ricopriva il ruolo di sorvegliante, una delle tre figure
chiave nell'organizzazione di una miniera.
Le figure principali sono tre: l'imprenditore, che ovviamente mette i
capitali; il direttore dei lavori, che fornisce la competenza tecnica e
decide come operare; e infine il sorvegliante dei lavori, il quale deve
assicurarsi che vengano attuate le direttive del direttore. È
sostanzialmente il caposquadra o capoturno, il responsabile del lavoro
pratico in miniera. Qui parliamo di poche persone addette agli scavi,
per cui era un lavoro modesto, ma che richiedeva comunque competenza e
responsabilità.
Nei primi due anni di vigenza del permesso, l'azienda di Fea cerca di
mettere in sicurezza le vecchie gallerie scavate dal Tessore trent'anni
prima e inizia i lavori per realizzare una teleferica suddivisa in due
tronconi. Sulla mappa si nota un primo tratto orizzontale che partiva
dalla Rocciaglia (una delle gallerie principali) mentre un secondo
tratto scendeva sulla strada verso Chiabrano. Questi due tratti erano
necessari per il fatto che all'epoca non era stata ancora costruita la
strada che arrivava a San Martino, e quindi era obbligatorio scendere
verso Chiabrano. In realtà i lavori procedono molto lentamente,
limitandosi alla liberazione delle gallerie dalle frane accumulate
negli anni. Ad ogni modo, nel 1953 viene autorizzata l'esportazione e
l'utilizzo di 100 tonnellate di talco proveniente dagli scavi, un talco
di qualità mediocre e per lo più di colore grigio.
Il permesso viene regolarmente rinnovato ogni due anni. Nel 1955 le
teleferiche sono quasi ultimate, benché dopo tre anni dall'inizio dei
lavori non fossero ancora complete. Sempre nel '55, Fea chiede
l'ampliamento dell'area di ricerca, che però gli viene negato perché
nel frattempo un'altra società (la Mineraria Valle Spluga) aveva
ottenuto di effettuare ricerche nell'area a nord, e dunque i terreni
erano già stati assegnati. Nel novembre dello stesso anno si verifica
purtroppo l'infortunio di un minatore, un certo Pietro Ribet, a causa
dello scoppio ritardato di una mina, ma non abbiamo documenti
sull'esito dell'incidente. Nel 1956 Fea entra in società con il signor
Ernesto Parolaro: inizialmente figurano come distinti cointestatari del
permesso, ma successivamente fonderanno una società a tutti gli effetti.
A dicembre del '56 viene chiesta l'autorizzazione per utilizzare altre
150 tonnellate di talco, rendendo a quel punto indispensabile la
teleferica per portarle a valle. In una relazione del 1957 si citano
due minatori al lavoro – Giuliano Genre e Alberto Peyrot – insieme a un
manovale di cui non viene riportato il nome. In questo periodo, nella
galleria Grill (che dopo vedremo dove si trova), viene rinvenuta una
vena di talco grigio con venature di talco bianco spesse dai 20 ai 60
centimetri. Sempre nel '57, Parolaro e Fea fondano una SpA con un
capitale sociale di ben 2 milioni di lire. Nello stesso anno cambia il
sorvegliante dei lavori: subentra Camillo Lombardini, residente a
Bobbio Pellice e domiciliato a Subiasco. Probabilmente Ribet non digerì
bene l'essere stato esonerato dal suo ruolo. Non è chiaro se sia stato
allontanato perché c'erano già dei dissidi o se abbia iniziato a creare
problemi in seguito al licenziamento, ma sicuramente il rapporto con la
Parolaro-Fea si incrinò definitivamente.
Nel 1960 il permesso di ricerca "Traverse" non viene più rinnovato su
richiesta degli stessi titolari, che domandano un nuovo permesso con
confini leggermente spostati verso nord, escludendo così l'abitato di
Traverse. Cambia poco, perché la zona dei lavori resta più o meno al
centro. Le operazioni vanno avanti sempre a rilento, poiché si trattava
di una piccola ditta con scarsi capitali. Il 1965 è un anno di svolta
per via della costruzione della strada comunale che collega Perrero a
San Martino, la quale semplifica notevolmente il trasporto a valle del
minerale. Dalla galleria Roccialia, infatti, si poteva far scendere il
carico con un solo tratto di teleferica, evitando il problematico primo
tratto in salita del vecchio impianto che si bloccava continuamente. A
seguito della nuova richiesta di permesso, Oreste Ribet scrive al
distretto minerario una lettera dattiloscritta piuttosto sconclusionata
(e fa quasi tenerezza leggerla). Nella missiva afferma di essere in
lite con i titolari tramite avvocati e chiede al distretto di non
prendere in esame la loro domanda. Il distretto, tuttavia, accetterà la
pratica lasciando continuare a lavorare la Parolaro-Fea.
A quanto pare, Ribet era in qualche modo diventato proprietario della
teleferica originaria, divenendo una figura tanto strategica quanto
problematica per la ditta che, senza l'impianto, non poteva spostare il
materiale. La vicenda finisce in tribunale. A causa di questi problemi
logistici, e del fatto che il giacimento era ormai povero e con
spessori molto ridotti rispetto alle miniere del vicino Vallone, nel
1968 la Parolaro-Fea chiede a sorpresa di poter rinunciare alle
ricerche. Due mesi dopo, Ribet presenta al distretto una propria
domanda di permesso per lo stesso terreno appena liberato.
Poiché Ribet non risultava essere un imprenditore minerario, il
distretto chiede informazioni alla Prefettura e alla Camera di
Commercio. La risposta della Prefettura è interessante e in poche righe
traccia il profilo dell'uomo: "Il signor Ribet Oreste, titolare di
impresa per scavi, celibe, risulta di regolare condotta. A suo carico
figura il seguente precedente penale del '57 presso la Pretura di
Perosa Argentina: condanna a una multa di lire 800 per esercizio
arbitrario delle proprie ragioni, pena sospesa con non menzione della
condanna". Non conosciamo i dettagli, ma si tratta chiaramente di un
reato molto lieve. Il documento prosegue affermando che in pubblico
gode di stima e considerazione, che è un elemento tecnicamente capace
provvisto di adeguata attrezzatura, e che ha condizioni economiche
discrete, possedendo beni immobili per circa 1 milione di lire (una
cifra modesta ma non trascurabile per l'epoca) nella borgata Faure di
Pomaretto.
Seppur con il beneficio del dubbio sull'identificazione, ho voluto
mostrarvi una foto di Ribet: è la persona indicata dalla freccia rossa,
un'ipotesi plausibile dato che è stato per 35 anni capogruppo degli
Alpini di Pomaretto. Oreste Ribet era figlio di Giovanni Enrico ed era
nato a Pomaretto nel 1910. Risultava domiciliato in via del Podio 2, ma
in realtà viveva al civico 23, in un "ciabòt" in mezzo alle vigne. A
livello locale era conosciuto da tutti con il soprannome di
"Bauduchet". Non sono riuscito a scoprire l'origine del nomignolo, ma
tra i vari testimoni interpellati in pochi ricordavano il suo nome
anagrafico, mentre tutti si ricordavano del personaggio.
Era considerato un uomo eccentrico a modo suo. Aveva lavorato
nell'edilizia ed era autorizzato all'uso di esplosivi per aprire strade
o demolire speroni di roccia, benché si dicesse che li maneggiasse
trascurando un po' la sicurezza e la burocrazia. La sua prima auto fu
una Topolino e continuò a guidarne per buona parte della vita, finché
riuscì a trovarne sul mercato dell'usato. Come vi accennavo, dal '51
all'86 fu a capo del gruppo ANA di Pomaretto. Tra le sue stravaganze si
narra che spesso andasse in giro indossando due o tre camicie una
sull'altra, e pare tenesse sempre un bicchiere pronto nella tasca della
giacca nel caso in cui qualcuno gli offrisse del vino. Nonostante
queste particolarità, mi è stato riferito che era una persona retta,
onesta e rispettosa dei dipendenti che pagava regolarmente: insomma, un
uomo con molti più pregi che difetti.
Ricevuti i pareri favorevoli da Prefettura e Camera di Commercio, il
distretto autorizza Bauduchet a svolgere le ricerche. In una denuncia
di esercizio del 1971 all'Archivio di Stato, lui risulta
contemporaneamente come imprenditore, direttore e sorvegliante dei
lavori, operando probabilmente anche come unico operaio. Un'ispezione
dell'ingegnere del distretto nel '71 testimonia però la presenza di
quattro operai. Bauduchet si limita perlopiù a opere di manutenzione e
ripristino delle gallerie. Intorno al 1975, con la collaborazione di
Igino Gelato (che ringrazio per le preziose notizie), realizza una
nuova teleferica che sostituisce i due vecchi impianti smantellati,
collegando la galleria Rocciaglia direttamente con la nuova strada
comunale che andava da San Martino a Traverse. Ogni due anni il
permesso veniva rinnovato, e l'ultimo rinnovo rintracciabile nei
documenti dell'Archivio di Stato risale al 20 dicembre 1978. La
documentazione si interrompe a quella data e non sappiamo cosa sia
successo in seguito o se Bauduchet vi abbia rinunciato; future ricerche
nell'archivio storico di Perrero potrebbero chiarire questo aspetto.
Per concludere, vediamo le tracce rimaste oggi sul territorio, perché
anche le tracce minime sono importanti. La borgata Parant esiste
ancora, sebbene alcune baite siano malmesse e la vegetazione stia
riconquistando gli spazi. Della galleria Rocciaglia si intuisce
l'imbocco, completamente franato a causa della sua posizione sul fondo
di una conca e dei danni subiti dai temporali già negli anni '60.
Accanto alla depressione del terreno si trovano alcuni muri e un ampio
piazzale formato dall'enorme quantità di materiale di scarto
accumulato, dato che la galleria misurava circa 400 metri. Scavando un
po' si può trovare ancora del materiale talcoso sul piazzale. A venti
metri a monte ci sono gli ancoraggi della teleferica realizzata negli
anni '70 da Bauduchet, i cui cavi abbiamo seguito quasi interamente per
600 metri fino a fondovalle. L'impianto era molto spartano: in perfetto
"stile Bauduchet", i cavi (fune portante e fune traente) non poggiavano
su veri tralicci, ma erano ancorati direttamente agli alberi del
versante per massimizzare il risparmio. Sulla carrozzabile verso
Chiabrano, nel punto di arrivo, sorgeva una baracca in legno che
ospitava il motore della teleferica e faceva da pied-à-terre per
Bauduchet.
Delle altre gallerie scavate verso borgata Parant, se ne individuano
due: la galleria Amont, di cui si notano le pietre e i muri di sbocco
nascosti dalla vegetazione, e la galleria Grill, posta una quarantina
di metri più in basso. Qui un avvallamento del terreno e la zona di
risulta confermano la posizione della galleria, oltre alla presenza del
piazzale dove veniva stoccato il talco in attesa del trasporto col
primo tratto del vecchio impianto verso Ribetti. Infine, ho potuto
visionare la casa di Bauduchet: un piccolo "ciabòt" in mezzo alle vigne
con uno stanzino unico che fungeva da monolocale, simile a quelli delle
moderne stazioni sciistiche, provvisto solo di letto e camino.
Per concludere, vi leggo una seconda lettera di Bauduchet, priva di
data, che però trasmette tutto lo spirito del personaggio. Indirizzata
al distretto minerario, è scritta interamente in maiuscolo e con grandi
spaziature tra le parole: "Scusatemi ingegnere se vi ho disturbato. Per
quanto sopra, alla società riguardo al permesso nominato Parant,
dovrebbe essere a mio nome già dal '51. Ho brigato per circa dieci anni
con la teleferica anche di mia proprietà e tutti i materiali. Ho
veramente attrezzato questo permesso per la mia passione." Questa frase
mi ha colpito molto: si era appassionato a quel lavoro. Sapeva di non
ricavarci nulla e sicuramente non si è arricchito, ma aveva speso tante
energie per passione. La lettera continua: "Tutti i lavori eseguiti qui
sono stati fatti dalle mie mani, tanto lavoro di galleria come quello
della teleferica. Quando ero bene a posto, hanno tirato il corpo
mandarmi a passeggio. Qui Parolaro e Fea per questa volta si sono
veramente sbagliati di strada. Lo sapevo dal primo giorno di liti che
finiva veramente così. Avrei molto piacere di rivedere i miei lavori in
opera di galleria. Chiedo per favore mi sia concessa questa licenza di
ricerca a mio nome: Ribet Oreste, Pomaretto strada del Podio. Con
l'occasione gradite i migliori auguri di buone feste."
Io vi ringrazio per l'attenzione. E se mi è concesso un piccolo spot
finale: se qualcuno fosse interessato alla storia di altre miniere
delle nostre zone, ho qui alcune copie scontate del volume due delle
"Antiche miniere delle Alpi Cozie".
Sito del relatore:
Academia
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