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Persone e Territorio 2026
Una Storia a noi vicina: il talco di Parant
Federico Magrì


[Moderatore]

Grazie per l'intervento.
Mi piace condividere un'osservazione che può essere utile perché sarà ricorrente anche nei successivi interventi. È stato detto più volte come, ogni qual volta si fa una scoperta e si identifica una cosa che non era stata vista prima, si debba tornare indietro, rimettere in discussione tutto e aggiornare le conoscenze di conseguenza. Questa è un'osservazione importante che riguarda sia gli studi di tipo storico-archeologico sia quelli scientifici, di cui vedremo altri esempi, e che ritengo particolarmente preziosa in quest'epoca. Viviamo in un periodo in cui si tende a essere assoluti e totali; in realtà, tutti i tipi di conoscenze evolvono e ogni piccola scoperta comporta il ridiscutere quello che si sa già. Vedremo diverse di queste situazioni.
Passo quindi la parola a Federico Magrì, ricercatore ed ex presidente del Museo di Scienze di Pinerolo (museo purtroppo ormai defunto e smantellato con una brillante scelta istituzionale). Federico ci parlerà del talco di Parant.

[Relatore]

Buongiorno a tutti.

Partiamo dal titolo, "Il Talco di Parant, una storia a noi vicina", e cerchiamo di chiarire subito il perché ci sia così vicina. Lo è per due motivi. Il primo è strettamente geografico: come vediamo dalla mappa, noi ci troviamo a San Martino di Perrero (la croce individua molto bene la chiesa) e a poche centinaia di metri da qui in linea d'aria abbiamo le borgate Longhi, Parant e Ribetti e, più in là, l'abitato di Chiabrano. Questa storia che vengo a raccontarvi è ambientata proprio all'interno di quel poligono rosso-violetto che delimita la zona del permesso di ricerca. Ma andiamo con ordine.
Faccio una premessa: si tratta ancora di un lavoro preliminare, nel senso che necessita di ulteriori approfondimenti per delineare meglio il quadro, ma ci sono già degli elementi interessanti. Le prime notizie di scavi e ricerche di talco nella zona di Parant le ho raccolte da un testimone diretto. Questa persona, che ha già circa 80 anni (quindi andiamo molto indietro nel tempo), mi ha raccontato che i suoi bisnonni, intorno al 1880, avrebbero svolto dei primi scavi per cercare il talco sui terreni di loro proprietà. Questa però è una di quelle informazioni che richiede verifiche, pertanto dovrò recarmi nell'archivio storico di Perrero per cercare qualche riscontro documentale.
In una relazione di un ingegnere del distretto minerario, conservata all'Archivio di Stato di Torino, viene invece citato che intorno al 1920 un certo cavalier Tessore effettuò ulteriori ricerche e scavò ben tredici gallerie, per una lunghezza totale fino a 400 metri, le quali però vennero presto abbandonate. Quella dei Tessore è una famiglia ancora presente nella zona; un Tessore fu anche sindaco di Perrero negli anni '60. Questo è un altro filone di ricerca che richiede di essere approfondito. La storia di cui invece ho trovato una ricca documentazione all'Archivio di Stato parte il 10 marzo 1951, quando l'ingegner Ernesto Fea presenta una domanda per un permesso di ricerca. Fea era un piccolo imprenditore torinese che per molti anni si era occupato di estrazione, macinazione e commercio di minerali non metallici per l'industria (come talco, grafite e caolino), operando però a un livello non paragonabile con quello della società Talco & Grafite Val Chisone.
Il permesso gli viene accordata dal distretto minerario il 16 aprile del 1951, con una validità di due anni. In questo biennio il Fea aveva facoltà di fare tutto ciò che riteneva opportuno per ricercare, individuare e stimare la consistenza del giacimento di talco. Perché ebbe l'idea di cercare il talco a Parant? Molto semplicemente perché immediatamente a ovest dell'area concessa c'era la concessione mineraria sfruttata a livello industriale dalla società Talco & Grafite del Vallone, e quelle miniere avevano una discreta importanza in termini produttivi. Questo primo permesso venne denominato "Traverse", in quanto nella zona sud comprendeva effettivamente l'abitato di Traverse, ma nella realtà gli scavi si concentravano tutti sulle tre borgate di Ribetti, Parant e Longhi.
Pochi mesi dopo, l'ingegner Fea, davanti all'allora sindaco di Perrero Luigi Poët, redige come d'obbligo il verbale annuale di denunzia di esercizio. Sul verbale vengono indicati i dati dell'attività svolta e nominato come sorvegliante dei lavori un certo Oreste Ribet. Più avanti ne parleremo meglio: è un personaggio interessante che diventerà il vero protagonista di questa storia. Probabilmente, fin dall'inizio dei lavori, Ribet ricopriva il ruolo di sorvegliante, una delle tre figure chiave nell'organizzazione di una miniera.
Le figure principali sono tre: l'imprenditore, che ovviamente mette i capitali; il direttore dei lavori, che fornisce la competenza tecnica e decide come operare; e infine il sorvegliante dei lavori, il quale deve assicurarsi che vengano attuate le direttive del direttore. È sostanzialmente il caposquadra o capoturno, il responsabile del lavoro pratico in miniera. Qui parliamo di poche persone addette agli scavi, per cui era un lavoro modesto, ma che richiedeva comunque competenza e responsabilità.
Nei primi due anni di vigenza del permesso, l'azienda di Fea cerca di mettere in sicurezza le vecchie gallerie scavate dal Tessore trent'anni prima e inizia i lavori per realizzare una teleferica suddivisa in due tronconi. Sulla mappa si nota un primo tratto orizzontale che partiva dalla Rocciaglia (una delle gallerie principali) mentre un secondo tratto scendeva sulla strada verso Chiabrano. Questi due tratti erano necessari per il fatto che all'epoca non era stata ancora costruita la strada che arrivava a San Martino, e quindi era obbligatorio scendere verso Chiabrano. In realtà i lavori procedono molto lentamente, limitandosi alla liberazione delle gallerie dalle frane accumulate negli anni. Ad ogni modo, nel 1953 viene autorizzata l'esportazione e l'utilizzo di 100 tonnellate di talco proveniente dagli scavi, un talco di qualità mediocre e per lo più di colore grigio.
Il permesso viene regolarmente rinnovato ogni due anni. Nel 1955 le teleferiche sono quasi ultimate, benché dopo tre anni dall'inizio dei lavori non fossero ancora complete. Sempre nel '55, Fea chiede l'ampliamento dell'area di ricerca, che però gli viene negato perché nel frattempo un'altra società (la Mineraria Valle Spluga) aveva ottenuto di effettuare ricerche nell'area a nord, e dunque i terreni erano già stati assegnati. Nel novembre dello stesso anno si verifica purtroppo l'infortunio di un minatore, un certo Pietro Ribet, a causa dello scoppio ritardato di una mina, ma non abbiamo documenti sull'esito dell'incidente. Nel 1956 Fea entra in società con il signor Ernesto Parolaro: inizialmente figurano come distinti cointestatari del permesso, ma successivamente fonderanno una società a tutti gli effetti.
A dicembre del '56 viene chiesta l'autorizzazione per utilizzare altre 150 tonnellate di talco, rendendo a quel punto indispensabile la teleferica per portarle a valle. In una relazione del 1957 si citano due minatori al lavoro – Giuliano Genre e Alberto Peyrot – insieme a un manovale di cui non viene riportato il nome. In questo periodo, nella galleria Grill (che dopo vedremo dove si trova), viene rinvenuta una vena di talco grigio con venature di talco bianco spesse dai 20 ai 60 centimetri. Sempre nel '57, Parolaro e Fea fondano una SpA con un capitale sociale di ben 2 milioni di lire. Nello stesso anno cambia il sorvegliante dei lavori: subentra Camillo Lombardini, residente a Bobbio Pellice e domiciliato a Subiasco. Probabilmente Ribet non digerì bene l'essere stato esonerato dal suo ruolo. Non è chiaro se sia stato allontanato perché c'erano già dei dissidi o se abbia iniziato a creare problemi in seguito al licenziamento, ma sicuramente il rapporto con la Parolaro-Fea si incrinò definitivamente.
Nel 1960 il permesso di ricerca "Traverse" non viene più rinnovato su richiesta degli stessi titolari, che domandano un nuovo permesso con confini leggermente spostati verso nord, escludendo così l'abitato di Traverse. Cambia poco, perché la zona dei lavori resta più o meno al centro. Le operazioni vanno avanti sempre a rilento, poiché si trattava di una piccola ditta con scarsi capitali. Il 1965 è un anno di svolta per via della costruzione della strada comunale che collega Perrero a San Martino, la quale semplifica notevolmente il trasporto a valle del minerale. Dalla galleria Roccialia, infatti, si poteva far scendere il carico con un solo tratto di teleferica, evitando il problematico primo tratto in salita del vecchio impianto che si bloccava continuamente. A seguito della nuova richiesta di permesso, Oreste Ribet scrive al distretto minerario una lettera dattiloscritta piuttosto sconclusionata (e fa quasi tenerezza leggerla). Nella missiva afferma di essere in lite con i titolari tramite avvocati e chiede al distretto di non prendere in esame la loro domanda. Il distretto, tuttavia, accetterà la pratica lasciando continuare a lavorare la Parolaro-Fea.
A quanto pare, Ribet era in qualche modo diventato proprietario della teleferica originaria, divenendo una figura tanto strategica quanto problematica per la ditta che, senza l'impianto, non poteva spostare il materiale. La vicenda finisce in tribunale. A causa di questi problemi logistici, e del fatto che il giacimento era ormai povero e con spessori molto ridotti rispetto alle miniere del vicino Vallone, nel 1968 la Parolaro-Fea chiede a sorpresa di poter rinunciare alle ricerche. Due mesi dopo, Ribet presenta al distretto una propria domanda di permesso per lo stesso terreno appena liberato.
Poiché Ribet non risultava essere un imprenditore minerario, il distretto chiede informazioni alla Prefettura e alla Camera di Commercio. La risposta della Prefettura è interessante e in poche righe traccia il profilo dell'uomo: "Il signor Ribet Oreste, titolare di impresa per scavi, celibe, risulta di regolare condotta. A suo carico figura il seguente precedente penale del '57 presso la Pretura di Perosa Argentina: condanna a una multa di lire 800 per esercizio arbitrario delle proprie ragioni, pena sospesa con non menzione della condanna". Non conosciamo i dettagli, ma si tratta chiaramente di un reato molto lieve. Il documento prosegue affermando che in pubblico gode di stima e considerazione, che è un elemento tecnicamente capace provvisto di adeguata attrezzatura, e che ha condizioni economiche discrete, possedendo beni immobili per circa 1 milione di lire (una cifra modesta ma non trascurabile per l'epoca) nella borgata Faure di Pomaretto.
Seppur con il beneficio del dubbio sull'identificazione, ho voluto mostrarvi una foto di Ribet: è la persona indicata dalla freccia rossa, un'ipotesi plausibile dato che è stato per 35 anni capogruppo degli Alpini di Pomaretto. Oreste Ribet era figlio di Giovanni Enrico ed era nato a Pomaretto nel 1910. Risultava domiciliato in via del Podio 2, ma in realtà viveva al civico 23, in un "ciabòt" in mezzo alle vigne. A livello locale era conosciuto da tutti con il soprannome di "Bauduchet". Non sono riuscito a scoprire l'origine del nomignolo, ma tra i vari testimoni interpellati in pochi ricordavano il suo nome anagrafico, mentre tutti si ricordavano del personaggio.
Era considerato un uomo eccentrico a modo suo. Aveva lavorato nell'edilizia ed era autorizzato all'uso di esplosivi per aprire strade o demolire speroni di roccia, benché si dicesse che li maneggiasse trascurando un po' la sicurezza e la burocrazia. La sua prima auto fu una Topolino e continuò a guidarne per buona parte della vita, finché riuscì a trovarne sul mercato dell'usato. Come vi accennavo, dal '51 all'86 fu a capo del gruppo ANA di Pomaretto. Tra le sue stravaganze si narra che spesso andasse in giro indossando due o tre camicie una sull'altra, e pare tenesse sempre un bicchiere pronto nella tasca della giacca nel caso in cui qualcuno gli offrisse del vino. Nonostante queste particolarità, mi è stato riferito che era una persona retta, onesta e rispettosa dei dipendenti che pagava regolarmente: insomma, un uomo con molti più pregi che difetti.
Ricevuti i pareri favorevoli da Prefettura e Camera di Commercio, il distretto autorizza Bauduchet a svolgere le ricerche. In una denuncia di esercizio del 1971 all'Archivio di Stato, lui risulta contemporaneamente come imprenditore, direttore e sorvegliante dei lavori, operando probabilmente anche come unico operaio. Un'ispezione dell'ingegnere del distretto nel '71 testimonia però la presenza di quattro operai. Bauduchet si limita perlopiù a opere di manutenzione e ripristino delle gallerie. Intorno al 1975, con la collaborazione di Igino Gelato (che ringrazio per le preziose notizie), realizza una nuova teleferica che sostituisce i due vecchi impianti smantellati, collegando la galleria Rocciaglia direttamente con la nuova strada comunale che andava da San Martino a Traverse. Ogni due anni il permesso veniva rinnovato, e l'ultimo rinnovo rintracciabile nei documenti dell'Archivio di Stato risale al 20 dicembre 1978. La documentazione si interrompe a quella data e non sappiamo cosa sia successo in seguito o se Bauduchet vi abbia rinunciato; future ricerche nell'archivio storico di Perrero potrebbero chiarire questo aspetto.
Per concludere, vediamo le tracce rimaste oggi sul territorio, perché anche le tracce minime sono importanti. La borgata Parant esiste ancora, sebbene alcune baite siano malmesse e la vegetazione stia riconquistando gli spazi. Della galleria Rocciaglia si intuisce l'imbocco, completamente franato a causa della sua posizione sul fondo di una conca e dei danni subiti dai temporali già negli anni '60. Accanto alla depressione del terreno si trovano alcuni muri e un ampio piazzale formato dall'enorme quantità di materiale di scarto accumulato, dato che la galleria misurava circa 400 metri. Scavando un po' si può trovare ancora del materiale talcoso sul piazzale. A venti metri a monte ci sono gli ancoraggi della teleferica realizzata negli anni '70 da Bauduchet, i cui cavi abbiamo seguito quasi interamente per 600 metri fino a fondovalle. L'impianto era molto spartano: in perfetto "stile Bauduchet", i cavi (fune portante e fune traente) non poggiavano su veri tralicci, ma erano ancorati direttamente agli alberi del versante per massimizzare il risparmio. Sulla carrozzabile verso Chiabrano, nel punto di arrivo, sorgeva una baracca in legno che ospitava il motore della teleferica e faceva da pied-à-terre per Bauduchet.
Delle altre gallerie scavate verso borgata Parant, se ne individuano due: la galleria Amont, di cui si notano le pietre e i muri di sbocco nascosti dalla vegetazione, e la galleria Grill, posta una quarantina di metri più in basso. Qui un avvallamento del terreno e la zona di risulta confermano la posizione della galleria, oltre alla presenza del piazzale dove veniva stoccato il talco in attesa del trasporto col primo tratto del vecchio impianto verso Ribetti. Infine, ho potuto visionare la casa di Bauduchet: un piccolo "ciabòt" in mezzo alle vigne con uno stanzino unico che fungeva da monolocale, simile a quelli delle moderne stazioni sciistiche, provvisto solo di letto e camino.
Per concludere, vi leggo una seconda lettera di Bauduchet, priva di data, che però trasmette tutto lo spirito del personaggio. Indirizzata al distretto minerario, è scritta interamente in maiuscolo e con grandi spaziature tra le parole: "Scusatemi ingegnere se vi ho disturbato. Per quanto sopra, alla società riguardo al permesso nominato Parant, dovrebbe essere a mio nome già dal '51. Ho brigato per circa dieci anni con la teleferica anche di mia proprietà e tutti i materiali. Ho veramente attrezzato questo permesso per la mia passione." Questa frase mi ha colpito molto: si era appassionato a quel lavoro. Sapeva di non ricavarci nulla e sicuramente non si è arricchito, ma aveva speso tante energie per passione. La lettera continua: "Tutti i lavori eseguiti qui sono stati fatti dalle mie mani, tanto lavoro di galleria come quello della teleferica. Quando ero bene a posto, hanno tirato il corpo mandarmi a passeggio. Qui Parolaro e Fea per questa volta si sono veramente sbagliati di strada. Lo sapevo dal primo giorno di liti che finiva veramente così. Avrei molto piacere di rivedere i miei lavori in opera di galleria. Chiedo per favore mi sia concessa questa licenza di ricerca a mio nome: Ribet Oreste, Pomaretto strada del Podio. Con l'occasione gradite i migliori auguri di buone feste."
Io vi ringrazio per l'attenzione. E se mi è concesso un piccolo spot finale: se qualcuno fosse interessato alla storia di altre miniere delle nostre zone, ho qui alcune copie scontate del volume due delle "Antiche miniere delle Alpi Cozie".

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