Gabriele Vola
[NB: questo testo è una trascrizione AI della registrazione del
convegno con una minima rielaborazione automatica per la sistemazione
formale del testo]
Moderatore Massimo Martelli: Grazie a Federico. I prossimi interventi
riguardano un argomento molto diverso, ovvero il marmo. Tutti coloro
che conoscono, anche solo superficialmente, la Val Germanasca,
l'associano al talco da almeno un centinaio d'anni. In realtà, c'è una
cava attiva di marmo che non è mai stata abbandonata; questo materiale,
per lunghissimi periodi storici, è stato molto importante nella Torino
dell'epoca. Per questo motivo, l'intervento che sta per cominciare di
Gabriele Vola e Carlo Balma Mion esplorerà gli aspetti scientifici del
marmo, per comprenderlo a livello fisico e chimico, e i problemi legati
alla sua identificazione. Scopriremo infatti che capire da dove
provenga il marmo di un monumento torinese non è così facile. Cedo la
parola a Gabriele.
Gabriele Vola: Grazie mille Massimo, grazie per l'occasione e per
l'invito a tenere questa presentazione.
I marmi di San Martino rientrano in un progetto editoriale e culturale
che stiamo portando avanti da alcuni anni, focalizzato sullo studio
delle pietre delle Valli Valdesi, di cui ora illustrerò i dettagli.
Come si evince dalla copertina mostrata, il primo volume sulle pietre
delle Valli Valdesi è stato dedicato alla pietra di Luserna. È stato
pubblicato a dicembre dello scorso anno con LAR Editore, una casa
editrice di Perosa. Il volume è dedicato alla pietra di Luserna, che è
forse la più importante tra le pietre delle Valli Valdesi: oltre ad
avere una storia molto antica, che risale probabilmente al Medioevo, è
uno dei materiali lapidei più conosciuti a livello nazionale e
internazionale. Attualmente vi sono attive più di 60 cave, situate
soprattutto nel distretto della Val Pellice, a cavallo tra i comuni di
Rorà, Luserna e Bagnolo Piemonte.
Per quanto riguarda i marmi, stiamo lavorando alla realizzazione del
secondo volume di quella che, speriamo, diventerà una trilogia. Questo
libro sarà dedicato in buona parte ai marmi di San Martino, cioè ai
marmi della Val Germanasca, che vantano una lunga storia estrattiva e
applicativa. Torino ne è sicuramente l'esempio più lampante, poiché per
secoli questo materiale è stato trasportato in città e utilizzato per
opere importanti.
Facendo un passo indietro, vi mostro alcune cartine geografiche tratte
dal nuovo libro in corso di realizzazione. Sulla sinistra è visibile
una carta del territorio delle Valli Valdesi, evidenziato in viola. Si
tratta essenzialmente dei territori riconosciuti nel 1561 e che sono
perdurati, nonostante le guerre e le vicissitudini del Glorioso
Rimpatrio, fino al 1848. Nel riquadro in alto è evidenziata la Val
Germanasca, dove sono segnati tutti i principali siti legati al marmo
che abbiamo identificato.
Innanzitutto, il marmo – specialmente quello bianco e quello grigio – è
stato impiegato fin dall'antichità per utilizzi ornamentali, proprio
per la sua colorazione e la sua bellezza. Altri materiali carbonatici,
magari esteticamente meno pregevoli, oppure gli scarti di lavorazione
della pietra ornamentale, sono stati invece utilizzati per la
produzione della calce. Abbiamo quindi censito la posizione delle
antiche fornaci, cercando di ricostruire la storia di questa
produzione. Nel volume verrà trattata anche la storia di Rorà,
sicuramente una delle località dove la produzione della calce,
precedente all'estrazione della pietra di Luserna, è stata molto
importante ed è perdurata per diversi secoli. Ora, però, ci
concentreremo maggiormente sul marmo della Val Germanasca.
Le Valli Valdesi, dal punto di vista cartografico e storico, vengono
talvolta definite come un'invenzione alla quale hanno contribuito
diverse parti, spesso in conflitto tra loro. Sono localizzate nelle
Alpi Cozie e sono note per la loro storia religiosa, legata al
movimento di Pietro Valdo nel XII secolo, ma anche per il loro
paesaggio montano e per le attività tradizionali legate alla pietra e
alla pastorizia. La cartografia geografica delle valli ha preso forma
durante le persecuzioni del Cinquecento e del Seicento, quando la
minoranza protestante ha assunto un interesse politico e militare
strategico per le potenze europee. Da lì in poi vi è stata una
proliferazione di carte geografiche con uno scopo politico e di
identificazione del territorio, connesse al conflitto religioso tra i
Valdesi e il Regno Sabaudo. Sulla destra è riportato lo stralcio di una
carta, già pubblicata da Arturo Peyrot e attribuita a Giacomo Soldati,
realizzata tra il 1586 e il 1590. Essa raffigura gran parte della Val
Chisone e della Val Germanasca, con l'indicazione di villaggi, strade,
ponti e, soprattutto, delle cave più importanti di Rocca Bianca.
Dal punto di vista geologico bisogna fare un inquadramento diverso. Le
Valli Valdesi ricadono all'interno del cosiddetto Dominio Pennidico
delle Alpi Occidentali, in particolar modo nell'area identificata come
massiccio Dora-Maira. Affiora anche una piccola porzione più
occidentale della Zona Piemontese; questa disposizione controlla la
distribuzione geografica dei marmi e dei carbonati utilizzati come
georisorse per la produzione della calce. Che cos'è la falda pennidica?
È una delle principali unità geologiche in cui è suddiviso l'arco
alpino ed è costituita da terreni che rappresentano la sutura tra
l'antica placca europea e l'antica placca Apula (la parte meridionale
di pertinenza africana). Queste si sono scontrate 200 milioni di anni
fa, provocando la formazione delle Alpi. Il Dominio Pennidico si divide
in diverse unità strutturali; in particolare, sin dall'inizio dello
studio approfondito delle Alpi alla fine dell'Ottocento, il Pennidico
Superiore è stato storicamente suddiviso in tre grandi domini: il
Dora-Maira, il Gran Paradiso e il Monte Rosa. Queste tre unità
strutturali presentano caratteristiche geologiche molto simili, motivo
per cui sono state accomunate. Ciò che le rende simili è il grado
metamorfico subito, ovvero la deformazione di questi terreni
appartenenti alle antiche placche continentali europea e africana.
Sostanzialmente, si trattava di sedimenti di origine marina che sono
stati compressi, spinti a grandi profondità, riscaldati e che hanno
subito un metamorfismo di alta pressione, per poi essere riportati in
superficie. Tutto questo processo è ovviamente avvenuto in parecchi
milioni di anni: è iniziato 200 milioni di anni fa, ha raggiunto il
picco 70 milioni di anni fa e ha poi subito una seconda fase di
alterazione più recente.
Storicamente, tutte queste informazioni sono raccolte nell'antico
foglio di Pinerolo in scala 1:100.000 della Carta Geologica d'Italia.
Sebbene sia una carta geologica datata, realizzata all'inizio del
Novecento (circa 113 anni fa), costituisce una realizzazione
scientifica fondamentale e riporta in modo piuttosto preciso i due
corpi geologici che ci interessano. I marmi sono suddivisi
essenzialmente in due tipologie. Sulla destra, indicati da una freccia
arancione, abbiamo i marmi del basamento paleozoico: sono i più antichi
e quelli esteticamente più interessanti, coltivati intensamente almeno
a partire dal Cinquecento. Si trovano in alta quota e costituiscono
l'affioramento più famoso, quello di Rocca Bianca. La montagna di Rocca
Bianca è costituita in buona parte da questi marmi paleozoici, che
affiorano sia sul versante di Faetto sia su quello di Prali. Le cave
principali sono localizzate su entrambi i versanti; in particolar modo
spicca la Cava Cabitto, la cava storica più nota e il geosito più
importante della Val Germanasca, coltivata sicuramente dal Cinquecento
(ma forse anche prima) e sfruttata in modo discontinuo fino al
Novecento. Sul versante pralino è presente un'altra cava molto estesa e
ancora attiva oggi, la cui concessione estrattiva è stata rinnovata
proprio quest'anno. In alto a sinistra, indicati da una freccia blu,
sono invece evidenziati i calcescisti e i marmi dolomitici appartenenti
alla copertura del Dora-Maira. Questi sono molto più recenti: non fanno
parte del basamento, ma rappresentano la parte finale dei sedimenti
carbonatici depositatisi al di sopra della successione interessata poi
dalla formazione dell'arco alpino. Queste rocce risalgono al Mesozoico
e hanno anch'esse subito un'importante deformazione durante
l'orogenesi. In questo ingrandimento della carta geologica si nota in
alto la presenza dei marmi e calcescisti mesozoici del Dora-Maira,
mentre nella parte bassa figurano i marmi paleozoici, i quali hanno
subito un doppio metamorfismo (a quello alpino se ne somma infatti uno
precedente di età ercinica).
Qui vi mostro due stralci di carte geologiche moderne che
contestualizzano i due siti citati prima con una classificazione
aggiornata. Sulla sinistra ci sono alcune sezioni geologiche in
corrispondenza della lente di carbonati di Rocca Bianca, che è inclusa
all'interno di rocce scistose (filladi e micascisti), antiche unità
sedimentarie di natura silicoclastica deformate durante il metamorfismo
alpino. Queste lenti carbonatiche fanno sì che la stessa tipologia di
materiale affiori su entrambi i versanti della montagna. Il contesto di
Rocca Corba, invece, è leggermente diverso. Ci troviamo più in basso,
nella porzione mediana della Val Germanasca. Anche in questo caso
troviamo piccole lenti di carbonati del basamento paleozoico
all'interno di rocce molto simili, colorate anch'esse della medesima
tonalità sulla mappa. Qui si trovano due cave: la cava di Rocca Corba,
che è sicuramente il secondo sito estrattivo più importante della Val
Germanasca, e una più piccola, la cava del Martinetto.
Vi mostro alcune foto di questi due siti che molti di voi già
conosceranno e che risultano estremamente interessanti, sia dal punto
di vista storico che per lo studio dei materiali. Sulla sinistra ci
sono alcune immagini di Rocca Bianca: sui blocchi di marmo sono stati
incisi i nomi di cavatori e operai che vi hanno lavorato nei secoli.
Alcuni di questi blocchi sono stati poi inglobati nelle murature del
cosiddetto "Cabitto", gli accampamenti utilizzati dai cavatori fino
agli anni Trenta del Novecento. Sulla destra è mostrato il sito di
Rocca Corba, molto particolare perché si tratta di una cava
sotterranea. Questa tipologia di estrazione non è comune oggi e lo era
ancor meno nell'Ottocento, poiché richiedeva sforzi e tecniche
estrattive notevoli. Si tratta di una caverna scavata a mano con pareti
alte fino a 50-60 metri, di grande impatto visivo.
In questa slide vi mostro invece foto più recenti della Cava Maiera,
che è l'unica cava di pietra ornamentale attualmente attiva nelle Valli
Valdesi. Come vedete, le pareti sono lisce perché negli ultimi
trent'anni la tecnica di coltivazione, ovvero di estrazione, è stata
eseguita con il filo diamantato, un metodo industriale che permette di
estrarre blocchi il meno fratturati possibile. Sulla destra è riportata
una colonna stratigrafica. La stratigrafia, applicata alle pareti della
cava, serve a definire i vari strati di materiale in affioramento, che
si distinguono per colori diversi. Il bianco predominante è stato
ricercato per secoli per il marmo statuario, sebbene studi di dettaglio
abbiano dimostrato quanto fosse difficile trovare blocchi idonei a tale
scopo. In ogni caso, il marmo bianco è stato sicuramente la varietà più
pregiata e a lungo ricercata. Troviamo poi intervalli di uno spessore
significativo costituiti da marmo grigio, commercialmente noto come
Bardiglio. Ci sono poi intervalli con caratteristiche cromatiche
intermedie tra il bianco e il grigio, che abbiamo chiamato "zebrati"
per la loro tipica striatura. Infine, nella parte più bassa della cava
(il cosiddetto strato basale) si trova il verde cipollino,
commercializzato per anni come Verde Striato Piemonte. Questo materiale
ha avuto un notevole successo in applicazioni moderne, come
rivestimenti e pavimentazioni, ed è oggi tra i più richiesti sul
mercato. Il problema, visibile anche nella foto centrale, è che il suo
affioramento è limitato a pochi metri, riducendo di conseguenza le
quantità estraibili. Per questa ragione, i due fronti coltivati negli
ultimi trent'anni sono ormai esauriti; ora l'attività estrattiva della
cava si sta spostando verso il basso su fronti nuovi, cercando di
rintracciare lo stesso strato a una quota inferiore.
Il nostro obiettivo è stato campionare, classificare e studiare i
materiali delle diverse cave per imparare a riconoscerli in vista di
una loro applicazione in architettura, risolvendo così un problema
storico di fondo. Per un architetto, o per chi si occupa di restauro e
conservazione, la sfida principale è capire la provenienza del marmo
utilizzato in un'opera. Noi stiamo facendo il percorso inverso:
classifichiamo i materiali in cava per fissare dei vincoli e poter
affermare che, se un marmo messo in opera presenta determinate
caratteristiche, è altamente probabile che provenga da un certo
giacimento. Il primo passo è stato descrivere le diverse tipologie di
marmo dal punto di vista macroscopico analizzando il colore, la grana
(l'aspetto cristallino), la tessitura, le venature, le macchiature e i
livelli silicatici. Il passaggio successivo ha previsto l'uso del
microscopio per esaminare in dettaglio parametri fondamentali come il
contatto tra i granuli, la loro distribuzione e la dimensione media,
essenziali per un'identificazione univoca.
Dopodiché si sono affrontati studi di dettaglio ancora maggiore. Qui vi
mostro alcune immagini al microscopio del cosiddetto bianco statuario
della Cava Cabitto, la cava storica principale. A livello macroscopico,
prendendo il campione in mano (nella foto a sinistra), il materiale
appare molto omogeneo. Questo aspetto ha generato fraintendimenti fin
dal Cinquecento: gli incaricati inviati dai Savoia per studiarne
l'utilizzo a valle lo descrivevano come un materiale eccezionale, di un
candore pari a quello di Carrara e con qualità estetiche meravigliose.
Esteticamente è molto bello, ma l'estensione reale del bianco puro non
è enorme. Il vero problema, tecnico e composizionale, si nota al
microscopio: le microfotografie rivelano la presenza di minerali
orientati di colori vivaci, prevalentemente fengiti. Si tratta di
livelli silicatici lungo i quali il materiale, che risulta anisotropo
ed eterogeneo a causa dell'orientamento dei piani di scistosità, tende
a spaccarsi. Questo difetto è difficile da scorgere a occhio nudo: in
sezione sottile questi silicati appaiono colorati, ma a livello
macroscopico sono quasi bianchi e difficili da individuare.
In questa immagine vi mostro invece le caratteristiche microscopiche
del grigio Bardiglio. Si differenzia dal bianco per una grana molto più
fine e per la presenza di microinclusioni nei granuli, probabile causa
del colore grigio. Inoltre, nel Bardiglio i granuli sono più piccoli di
almeno un ordine di grandezza e presentano contatti arrotondati, a
differenza del bianco in cui i contatti sono più spigolosi e diagonali.
Passando allo zebrato, si tratta di una varietà esteticamente
piacevole, ma l'alternanza tra livelli bianchi e grigi è dovuta alla
variazione dimensionale dei cristalli e ai livelli di scistosità, il
che accentua l'anisotropia della roccia. Infine, vi mostro al
microscopio la varietà Verde Cipollino prelevata dalla Cava Maiera,
commercializzata a lungo come Verde Striato Alpi. Le inclusioni
giallognole che osservate sono minerali (principalmente tremolite),
ovvero i costituenti secondari responsabili della colorazione verdastra
visibile sul campione a livello macroscopico.
Ho anticipato prima il tema della tracciabilità e della provenienza dei
materiali storici. Il nostro obiettivo è creare un database utile ad
architetti e restauratori per identificare la provenienza dei marmi in
opera. Spesso l'operazione è complessa, in particolar modo per i marmi
bianchi che mancano di tratti estetici distintivi che consentano
un'identificazione precisa. Inoltre, la patina di alterazione sui
monumenti è talvolta tale da rendere impossibile l'identificazione
visiva senza un'accurata pulizia o un campionamento. Se non si risolve
a livello macroscopico, si possono condurre studi preliminari al
microscopio con le sezioni sottili, ma a volte non bastano neanche
questi. Come procedere in mancanza di informazioni? Da un lato gli
archivi documentali sono fondamentali; tuttavia non sono sempre
disponibili, specialmente per opere minori o dove il marmo è stato
riutilizzato. Abbiamo quindi sviluppato un protocollo analitico che
integra diverse tipologie di indagine. Incrociando questi dati si
ricava il "fingerprint", ovvero l'impronta digitale del materiale. Tra
le analisi condotte, sono di grande importanza la distribuzione
granulometrica al microscopio, la composizione mineralogica, l'analisi
degli isotopi stabili del carbonio e dell'ossigeno, e l'analisi chimica
dei minerali accessori (fengiti, cloriti, anfiboli, pirosseni), che
sono presenti all'interno del marmo come elementi secondari
caratteristici.
Qui vediamo alcuni esempi applicativi sui materiali delle Valli Valdesi
e di San Martino. Sull'asse verticale del grafico è riportata la grana
cristallina (la dimensione media dei cristalli) compresa tra 0 e 2
millimetri; tutti i campioni rientrano quindi nella categoria dei marmi
a grana finissima. Sull'asse orizzontale trovate i siti di Cabitto,
Maiera, Rocca Corba e Caugis; quest'ultimo, proveniente dalla Val
Pellice nel Vallone degli Invincibili, presenta una grana leggermente
più grossa. I marmi a grana fine sono i più richiesti grazie alla loro
lavorabilità superiore, che li rende molto graditi in scultura. In
questa slide, sulla sinistra, i marmi delle Valli Valdesi sono
confrontati con altri marmi statuari piemontesi usati in architettura,
basandosi su dati di letteratura (in particolare di Borghi, pubblicati
nel 2009). Nella parte centrale del grafico figurano i marmi greci
(giunti in Italia soprattutto nell'antichità) e dell'Asia Minore, che
presentano una granulometria variabile da fine a grossolana. A destra
vi sono i marmi toscani, con granulometria intermedia che può arrivare
fino a 3-4 millimetri. L'ampia sovrapposizione dei campi dimostra come
la sola grana cristallina non basti a definire la provenienza del
materiale, rendendo necessarie altre tecniche analitiche.
Avviandomi alla conclusione, questo grafico mostra gli isotopi di
carbonio e ossigeno, i più importanti per lo studio dei marmi. In
questo caso, il marmo di Rocca Corba presenta un fingerprint
particolare: il Delta C-13 molto negativo non mostra sovrapposizioni
con altri materiali. Questa evidenza andrà tuttavia confermata da un
secondo studio su nuovi campioni, poiché tre soli rilevamenti non
bastano a dare certezze assolute. Un'altra tecnica analitica di
successo è lo studio della composizione delle fengiti. Come mostrano
questi due grafici, il rapporto tra silicio, alluminio e magnesio ci
permette di distinguere chiaramente i marmi delle Valli Valdesi, in
quanto la loro composizione tipica non si sovrappone a quella di altri
materiali.
In conclusione, è stato realizzato un censimento e un quadro
preliminare di quasi tutte le cave della valle. Gli studi sulle cave
maggiori sono già stati avviati e, alcuni anni fa, pubblicati in un
articolo sul Journal of Geological Sciences. L'obiettivo attuale è
completare le analisi sui materiali delle cave minori per rendere il
database più consistente, per poi pubblicare il volume divulgativo
accennato all'inizio, che costituirà il numero due della trilogia.
Vi ringrazio per l'attenzione.
Moderatore Massimo Martelli: Grazie dell'intervento. Passo ora la
parola a Carlo Balma Mion, che collabora con Gabriele al progetto di
cui abbiamo parlato.
^ Torna all'inizio