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Persone e Territorio 2026

Gabriele Vola

[NB: questo testo è una trascrizione AI della registrazione del convegno con una minima rielaborazione automatica per la sistemazione formale del testo]

Moderatore Massimo Martelli: Grazie a Federico. I prossimi interventi riguardano un argomento molto diverso, ovvero il marmo. Tutti coloro che conoscono, anche solo superficialmente, la Val Germanasca, l'associano al talco da almeno un centinaio d'anni. In realtà, c'è una cava attiva di marmo che non è mai stata abbandonata; questo materiale, per lunghissimi periodi storici, è stato molto importante nella Torino dell'epoca. Per questo motivo, l'intervento che sta per cominciare di Gabriele Vola e Carlo Balma Mion esplorerà gli aspetti scientifici del marmo, per comprenderlo a livello fisico e chimico, e i problemi legati alla sua identificazione. Scopriremo infatti che capire da dove provenga il marmo di un monumento torinese non è così facile. Cedo la parola a Gabriele.

Gabriele Vola: Grazie mille Massimo, grazie per l'occasione e per l'invito a tenere questa presentazione.
I marmi di San Martino rientrano in un progetto editoriale e culturale che stiamo portando avanti da alcuni anni, focalizzato sullo studio delle pietre delle Valli Valdesi, di cui ora illustrerò i dettagli. Come si evince dalla copertina mostrata, il primo volume sulle pietre delle Valli Valdesi è stato dedicato alla pietra di Luserna. È stato pubblicato a dicembre dello scorso anno con LAR Editore, una casa editrice di Perosa. Il volume è dedicato alla pietra di Luserna, che è forse la più importante tra le pietre delle Valli Valdesi: oltre ad avere una storia molto antica, che risale probabilmente al Medioevo, è uno dei materiali lapidei più conosciuti a livello nazionale e internazionale. Attualmente vi sono attive più di 60 cave, situate soprattutto nel distretto della Val Pellice, a cavallo tra i comuni di Rorà, Luserna e Bagnolo Piemonte.
Per quanto riguarda i marmi, stiamo lavorando alla realizzazione del secondo volume di quella che, speriamo, diventerà una trilogia. Questo libro sarà dedicato in buona parte ai marmi di San Martino, cioè ai marmi della Val Germanasca, che vantano una lunga storia estrattiva e applicativa. Torino ne è sicuramente l'esempio più lampante, poiché per secoli questo materiale è stato trasportato in città e utilizzato per opere importanti.
Facendo un passo indietro, vi mostro alcune cartine geografiche tratte dal nuovo libro in corso di realizzazione. Sulla sinistra è visibile una carta del territorio delle Valli Valdesi, evidenziato in viola. Si tratta essenzialmente dei territori riconosciuti nel 1561 e che sono perdurati, nonostante le guerre e le vicissitudini del Glorioso Rimpatrio, fino al 1848. Nel riquadro in alto è evidenziata la Val Germanasca, dove sono segnati tutti i principali siti legati al marmo che abbiamo identificato.
Innanzitutto, il marmo – specialmente quello bianco e quello grigio – è stato impiegato fin dall'antichità per utilizzi ornamentali, proprio per la sua colorazione e la sua bellezza. Altri materiali carbonatici, magari esteticamente meno pregevoli, oppure gli scarti di lavorazione della pietra ornamentale, sono stati invece utilizzati per la produzione della calce. Abbiamo quindi censito la posizione delle antiche fornaci, cercando di ricostruire la storia di questa produzione. Nel volume verrà trattata anche la storia di Rorà, sicuramente una delle località dove la produzione della calce, precedente all'estrazione della pietra di Luserna, è stata molto importante ed è perdurata per diversi secoli. Ora, però, ci concentreremo maggiormente sul marmo della Val Germanasca.
Le Valli Valdesi, dal punto di vista cartografico e storico, vengono talvolta definite come un'invenzione alla quale hanno contribuito diverse parti, spesso in conflitto tra loro. Sono localizzate nelle Alpi Cozie e sono note per la loro storia religiosa, legata al movimento di Pietro Valdo nel XII secolo, ma anche per il loro paesaggio montano e per le attività tradizionali legate alla pietra e alla pastorizia. La cartografia geografica delle valli ha preso forma durante le persecuzioni del Cinquecento e del Seicento, quando la minoranza protestante ha assunto un interesse politico e militare strategico per le potenze europee. Da lì in poi vi è stata una proliferazione di carte geografiche con uno scopo politico e di identificazione del territorio, connesse al conflitto religioso tra i Valdesi e il Regno Sabaudo. Sulla destra è riportato lo stralcio di una carta, già pubblicata da Arturo Peyrot e attribuita a Giacomo Soldati, realizzata tra il 1586 e il 1590. Essa raffigura gran parte della Val Chisone e della Val Germanasca, con l'indicazione di villaggi, strade, ponti e, soprattutto, delle cave più importanti di Rocca Bianca.
Dal punto di vista geologico bisogna fare un inquadramento diverso. Le Valli Valdesi ricadono all'interno del cosiddetto Dominio Pennidico delle Alpi Occidentali, in particolar modo nell'area identificata come massiccio Dora-Maira. Affiora anche una piccola porzione più occidentale della Zona Piemontese; questa disposizione controlla la distribuzione geografica dei marmi e dei carbonati utilizzati come georisorse per la produzione della calce. Che cos'è la falda pennidica? È una delle principali unità geologiche in cui è suddiviso l'arco alpino ed è costituita da terreni che rappresentano la sutura tra l'antica placca europea e l'antica placca Apula (la parte meridionale di pertinenza africana). Queste si sono scontrate 200 milioni di anni fa, provocando la formazione delle Alpi. Il Dominio Pennidico si divide in diverse unità strutturali; in particolare, sin dall'inizio dello studio approfondito delle Alpi alla fine dell'Ottocento, il Pennidico Superiore è stato storicamente suddiviso in tre grandi domini: il Dora-Maira, il Gran Paradiso e il Monte Rosa. Queste tre unità strutturali presentano caratteristiche geologiche molto simili, motivo per cui sono state accomunate. Ciò che le rende simili è il grado metamorfico subito, ovvero la deformazione di questi terreni appartenenti alle antiche placche continentali europea e africana. Sostanzialmente, si trattava di sedimenti di origine marina che sono stati compressi, spinti a grandi profondità, riscaldati e che hanno subito un metamorfismo di alta pressione, per poi essere riportati in superficie. Tutto questo processo è ovviamente avvenuto in parecchi milioni di anni: è iniziato 200 milioni di anni fa, ha raggiunto il picco 70 milioni di anni fa e ha poi subito una seconda fase di alterazione più recente.
Storicamente, tutte queste informazioni sono raccolte nell'antico foglio di Pinerolo in scala 1:100.000 della Carta Geologica d'Italia. Sebbene sia una carta geologica datata, realizzata all'inizio del Novecento (circa 113 anni fa), costituisce una realizzazione scientifica fondamentale e riporta in modo piuttosto preciso i due corpi geologici che ci interessano. I marmi sono suddivisi essenzialmente in due tipologie. Sulla destra, indicati da una freccia arancione, abbiamo i marmi del basamento paleozoico: sono i più antichi e quelli esteticamente più interessanti, coltivati intensamente almeno a partire dal Cinquecento. Si trovano in alta quota e costituiscono l'affioramento più famoso, quello di Rocca Bianca. La montagna di Rocca Bianca è costituita in buona parte da questi marmi paleozoici, che affiorano sia sul versante di Faetto sia su quello di Prali. Le cave principali sono localizzate su entrambi i versanti; in particolar modo spicca la Cava Cabitto, la cava storica più nota e il geosito più importante della Val Germanasca, coltivata sicuramente dal Cinquecento (ma forse anche prima) e sfruttata in modo discontinuo fino al Novecento. Sul versante pralino è presente un'altra cava molto estesa e ancora attiva oggi, la cui concessione estrattiva è stata rinnovata proprio quest'anno. In alto a sinistra, indicati da una freccia blu, sono invece evidenziati i calcescisti e i marmi dolomitici appartenenti alla copertura del Dora-Maira. Questi sono molto più recenti: non fanno parte del basamento, ma rappresentano la parte finale dei sedimenti carbonatici depositatisi al di sopra della successione interessata poi dalla formazione dell'arco alpino. Queste rocce risalgono al Mesozoico e hanno anch'esse subito un'importante deformazione durante l'orogenesi. In questo ingrandimento della carta geologica si nota in alto la presenza dei marmi e calcescisti mesozoici del Dora-Maira, mentre nella parte bassa figurano i marmi paleozoici, i quali hanno subito un doppio metamorfismo (a quello alpino se ne somma infatti uno precedente di età ercinica).
Qui vi mostro due stralci di carte geologiche moderne che contestualizzano i due siti citati prima con una classificazione aggiornata. Sulla sinistra ci sono alcune sezioni geologiche in corrispondenza della lente di carbonati di Rocca Bianca, che è inclusa all'interno di rocce scistose (filladi e micascisti), antiche unità sedimentarie di natura silicoclastica deformate durante il metamorfismo alpino. Queste lenti carbonatiche fanno sì che la stessa tipologia di materiale affiori su entrambi i versanti della montagna. Il contesto di Rocca Corba, invece, è leggermente diverso. Ci troviamo più in basso, nella porzione mediana della Val Germanasca. Anche in questo caso troviamo piccole lenti di carbonati del basamento paleozoico all'interno di rocce molto simili, colorate anch'esse della medesima tonalità sulla mappa. Qui si trovano due cave: la cava di Rocca Corba, che è sicuramente il secondo sito estrattivo più importante della Val Germanasca, e una più piccola, la cava del Martinetto.
Vi mostro alcune foto di questi due siti che molti di voi già conosceranno e che risultano estremamente interessanti, sia dal punto di vista storico che per lo studio dei materiali. Sulla sinistra ci sono alcune immagini di Rocca Bianca: sui blocchi di marmo sono stati incisi i nomi di cavatori e operai che vi hanno lavorato nei secoli. Alcuni di questi blocchi sono stati poi inglobati nelle murature del cosiddetto "Cabitto", gli accampamenti utilizzati dai cavatori fino agli anni Trenta del Novecento. Sulla destra è mostrato il sito di Rocca Corba, molto particolare perché si tratta di una cava sotterranea. Questa tipologia di estrazione non è comune oggi e lo era ancor meno nell'Ottocento, poiché richiedeva sforzi e tecniche estrattive notevoli. Si tratta di una caverna scavata a mano con pareti alte fino a 50-60 metri, di grande impatto visivo.
In questa slide vi mostro invece foto più recenti della Cava Maiera, che è l'unica cava di pietra ornamentale attualmente attiva nelle Valli Valdesi. Come vedete, le pareti sono lisce perché negli ultimi trent'anni la tecnica di coltivazione, ovvero di estrazione, è stata eseguita con il filo diamantato, un metodo industriale che permette di estrarre blocchi il meno fratturati possibile. Sulla destra è riportata una colonna stratigrafica. La stratigrafia, applicata alle pareti della cava, serve a definire i vari strati di materiale in affioramento, che si distinguono per colori diversi. Il bianco predominante è stato ricercato per secoli per il marmo statuario, sebbene studi di dettaglio abbiano dimostrato quanto fosse difficile trovare blocchi idonei a tale scopo. In ogni caso, il marmo bianco è stato sicuramente la varietà più pregiata e a lungo ricercata. Troviamo poi intervalli di uno spessore significativo costituiti da marmo grigio, commercialmente noto come Bardiglio. Ci sono poi intervalli con caratteristiche cromatiche intermedie tra il bianco e il grigio, che abbiamo chiamato "zebrati" per la loro tipica striatura. Infine, nella parte più bassa della cava (il cosiddetto strato basale) si trova il verde cipollino, commercializzato per anni come Verde Striato Piemonte. Questo materiale ha avuto un notevole successo in applicazioni moderne, come rivestimenti e pavimentazioni, ed è oggi tra i più richiesti sul mercato. Il problema, visibile anche nella foto centrale, è che il suo affioramento è limitato a pochi metri, riducendo di conseguenza le quantità estraibili. Per questa ragione, i due fronti coltivati negli ultimi trent'anni sono ormai esauriti; ora l'attività estrattiva della cava si sta spostando verso il basso su fronti nuovi, cercando di rintracciare lo stesso strato a una quota inferiore.
Il nostro obiettivo è stato campionare, classificare e studiare i materiali delle diverse cave per imparare a riconoscerli in vista di una loro applicazione in architettura, risolvendo così un problema storico di fondo. Per un architetto, o per chi si occupa di restauro e conservazione, la sfida principale è capire la provenienza del marmo utilizzato in un'opera. Noi stiamo facendo il percorso inverso: classifichiamo i materiali in cava per fissare dei vincoli e poter affermare che, se un marmo messo in opera presenta determinate caratteristiche, è altamente probabile che provenga da un certo giacimento. Il primo passo è stato descrivere le diverse tipologie di marmo dal punto di vista macroscopico analizzando il colore, la grana (l'aspetto cristallino), la tessitura, le venature, le macchiature e i livelli silicatici. Il passaggio successivo ha previsto l'uso del microscopio per esaminare in dettaglio parametri fondamentali come il contatto tra i granuli, la loro distribuzione e la dimensione media, essenziali per un'identificazione univoca.
Dopodiché si sono affrontati studi di dettaglio ancora maggiore. Qui vi mostro alcune immagini al microscopio del cosiddetto bianco statuario della Cava Cabitto, la cava storica principale. A livello macroscopico, prendendo il campione in mano (nella foto a sinistra), il materiale appare molto omogeneo. Questo aspetto ha generato fraintendimenti fin dal Cinquecento: gli incaricati inviati dai Savoia per studiarne l'utilizzo a valle lo descrivevano come un materiale eccezionale, di un candore pari a quello di Carrara e con qualità estetiche meravigliose. Esteticamente è molto bello, ma l'estensione reale del bianco puro non è enorme. Il vero problema, tecnico e composizionale, si nota al microscopio: le microfotografie rivelano la presenza di minerali orientati di colori vivaci, prevalentemente fengiti. Si tratta di livelli silicatici lungo i quali il materiale, che risulta anisotropo ed eterogeneo a causa dell'orientamento dei piani di scistosità, tende a spaccarsi. Questo difetto è difficile da scorgere a occhio nudo: in sezione sottile questi silicati appaiono colorati, ma a livello macroscopico sono quasi bianchi e difficili da individuare.
In questa immagine vi mostro invece le caratteristiche microscopiche del grigio Bardiglio. Si differenzia dal bianco per una grana molto più fine e per la presenza di microinclusioni nei granuli, probabile causa del colore grigio. Inoltre, nel Bardiglio i granuli sono più piccoli di almeno un ordine di grandezza e presentano contatti arrotondati, a differenza del bianco in cui i contatti sono più spigolosi e diagonali. Passando allo zebrato, si tratta di una varietà esteticamente piacevole, ma l'alternanza tra livelli bianchi e grigi è dovuta alla variazione dimensionale dei cristalli e ai livelli di scistosità, il che accentua l'anisotropia della roccia. Infine, vi mostro al microscopio la varietà Verde Cipollino prelevata dalla Cava Maiera, commercializzata a lungo come Verde Striato Alpi. Le inclusioni giallognole che osservate sono minerali (principalmente tremolite), ovvero i costituenti secondari responsabili della colorazione verdastra visibile sul campione a livello macroscopico.
Ho anticipato prima il tema della tracciabilità e della provenienza dei materiali storici. Il nostro obiettivo è creare un database utile ad architetti e restauratori per identificare la provenienza dei marmi in opera. Spesso l'operazione è complessa, in particolar modo per i marmi bianchi che mancano di tratti estetici distintivi che consentano un'identificazione precisa. Inoltre, la patina di alterazione sui monumenti è talvolta tale da rendere impossibile l'identificazione visiva senza un'accurata pulizia o un campionamento. Se non si risolve a livello macroscopico, si possono condurre studi preliminari al microscopio con le sezioni sottili, ma a volte non bastano neanche questi. Come procedere in mancanza di informazioni? Da un lato gli archivi documentali sono fondamentali; tuttavia non sono sempre disponibili, specialmente per opere minori o dove il marmo è stato riutilizzato. Abbiamo quindi sviluppato un protocollo analitico che integra diverse tipologie di indagine. Incrociando questi dati si ricava il "fingerprint", ovvero l'impronta digitale del materiale. Tra le analisi condotte, sono di grande importanza la distribuzione granulometrica al microscopio, la composizione mineralogica, l'analisi degli isotopi stabili del carbonio e dell'ossigeno, e l'analisi chimica dei minerali accessori (fengiti, cloriti, anfiboli, pirosseni), che sono presenti all'interno del marmo come elementi secondari caratteristici.
Qui vediamo alcuni esempi applicativi sui materiali delle Valli Valdesi e di San Martino. Sull'asse verticale del grafico è riportata la grana cristallina (la dimensione media dei cristalli) compresa tra 0 e 2 millimetri; tutti i campioni rientrano quindi nella categoria dei marmi a grana finissima. Sull'asse orizzontale trovate i siti di Cabitto, Maiera, Rocca Corba e Caugis; quest'ultimo, proveniente dalla Val Pellice nel Vallone degli Invincibili, presenta una grana leggermente più grossa. I marmi a grana fine sono i più richiesti grazie alla loro lavorabilità superiore, che li rende molto graditi in scultura. In questa slide, sulla sinistra, i marmi delle Valli Valdesi sono confrontati con altri marmi statuari piemontesi usati in architettura, basandosi su dati di letteratura (in particolare di Borghi, pubblicati nel 2009). Nella parte centrale del grafico figurano i marmi greci (giunti in Italia soprattutto nell'antichità) e dell'Asia Minore, che presentano una granulometria variabile da fine a grossolana. A destra vi sono i marmi toscani, con granulometria intermedia che può arrivare fino a 3-4 millimetri. L'ampia sovrapposizione dei campi dimostra come la sola grana cristallina non basti a definire la provenienza del materiale, rendendo necessarie altre tecniche analitiche.
Avviandomi alla conclusione, questo grafico mostra gli isotopi di carbonio e ossigeno, i più importanti per lo studio dei marmi. In questo caso, il marmo di Rocca Corba presenta un fingerprint particolare: il Delta C-13 molto negativo non mostra sovrapposizioni con altri materiali. Questa evidenza andrà tuttavia confermata da un secondo studio su nuovi campioni, poiché tre soli rilevamenti non bastano a dare certezze assolute. Un'altra tecnica analitica di successo è lo studio della composizione delle fengiti. Come mostrano questi due grafici, il rapporto tra silicio, alluminio e magnesio ci permette di distinguere chiaramente i marmi delle Valli Valdesi, in quanto la loro composizione tipica non si sovrappone a quella di altri materiali.
In conclusione, è stato realizzato un censimento e un quadro preliminare di quasi tutte le cave della valle. Gli studi sulle cave maggiori sono già stati avviati e, alcuni anni fa, pubblicati in un articolo sul Journal of Geological Sciences. L'obiettivo attuale è completare le analisi sui materiali delle cave minori per rendere il database più consistente, per poi pubblicare il volume divulgativo accennato all'inizio, che costituirà il numero due della trilogia.
Vi ringrazio per l'attenzione.

Moderatore Massimo Martelli: Grazie dell'intervento. Passo ora la parola a Carlo Balma Mion, che collabora con Gabriele al progetto di cui abbiamo parlato.














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