Carlo Balma Mion
[NB: questo testo è una trascrizione AI della registrazione del
convegno con una minima rielaborazione automatica per la sistemazione
formale del testo]
Cercherò di abbreviare i tempi per rientrare nella tempistica prevista.
Sono un architetto e mi occupo dell'applicazione dei marmi,
concentrandomi sulla ricerca d'archivio ancor prima che sull'estrazione
in cava. Analizzo i documenti conservati negli Archivi di Stato,
nell'Archivio Storico del Comune di Torino e negli archivi locali, dove
talvolta emergono riferimenti a materiali che ci permettono di trarre
conclusioni interessanti.
L'immagine iniziale mostra una celebre incisione che rappresenta Torino
nel 1572, nel passaggio tra il tardo Medioevo e l'età moderna, epoca in
cui la capitale sabauda fu trasferita da Chambéry a Torino.
Parafrasando una frase famosa, in quel periodo "il ducato era stato
fatto, bisognava fare la capitale".
Con il trasferimento, Emanuele Filiberto si trovò di fronte a poco più
che un paese: una città di circa cinquemila abitanti racchiusa tra mura
antiche, il cui confine andava dall'attuale Palazzo Madama fino alla
Cittadella. Il progetto implicava la costruzione di una città adatta a
ospitare le strutture amministrative e politiche, edificando palazzi e
residenze auliche e rappresentative. A tal fine, era necessario trovare
i materiali adatti.
Fin da subito emerse una competizione con la Francia che sarebbe durata
per due secoli. Tra il 1560 e il 1580 iniziarono in Francia le
estrazioni del marmo bianco che Luigi XIV avrebbe utilizzato a
Versailles, e Torino doveva trovare un materiale in grado di competere
con tale sfarzo. Iniziarono così le ricerche di marmi bianchi nel
Pinerolese per un uso prettamente architettonico, destinati a fornire
colonne, portali e capitelli, con un approccio pragmatico che ancora
non includeva la statuaria. Le colonne divennero un elemento
fondamentale su cui Torino fondò gran parte della sua estetica nei
secoli successivi: basti pensare a Piazza San Carlo, alla Mole
Antonelliana o alla Gran Madre.
Tra i primi esempi ancora in opera vi sono le colonne dei "garettoni"
dei Giardini Reali, logge aperte a ridosso delle fortificazioni,
destinate allo svago e non a scopi militari. Queste strutture
permettevano di affacciarsi per ammirare residenze esterne come il
Regio Parco. Sebbene le logge siano state successivamente tamponate, le
colonne sono ancora visibili e presentano caratteristiche, come
screziature e venature, che permettono di identificarle chiaramente
come marmo di San Martino.
Un intervento moderno su Palazzo Madama dimostra che il concetto
storico di "marmo bianco" deve essere sempre contestualizzato. In
passato, materiali piemontesi molto diversi erano considerati tutti
marmi bianchi: dal vero marmo di San Martino o di Valdieri, al marmo di
Chianocco dal colore beige-nocciola, fino alla pietra di Gassino,
originariamente grigia ma tendente a sbiancare con il tempo. L'analisi
ravvicinata delle stratigrafie e degli accostamenti di questi materiali
permette oggi di ricostruire le integrazioni subite da un edificio. Un
esempio raffinato di impiego si trova nel Salone degli Svizzeri di
Palazzo Reale, dove un camino monumentale, realizzato a metà del
Seicento da Bernardino Quadri, mostra una complessa ricomposizione di
elementi di diversa provenienza geografica e storica. In quest'opera,
il marmo di San Martino è stato utilizzato per le fasce e le basi
bianche che racchiudono gli altri marmi colorati.
Anche alla Venaria Reale il marmo di San Martino fu inizialmente
impiegato per grandi statue e colonne commissionate per la rotonda.
Tuttavia, emersero i difetti del materiale: benché esteticamente molto
bello, all'atto pratico della scolpitura si scheggiava facilmente,
mettendo in difficoltà gli artisti. Le prime opere consegnate non
piacquero e dovettero essere rifatte dalla bottega dei Carloni.
Va notato che molte delle architetture iniziali realizzate in marmo di
San Martino, come quelle per il Regio Parco, il Castello di Mirafiori o
le antiche porte della città, sono andate distrutte o trasformate. Le
ricerche d'archivio hanno però permesso di tracciare il riutilizzo di
questi elementi smontati e reimpiegati anche a un secolo di distanza in
altre architetture. Ne è un esempio il mascherone del 1682 a Palazzo
Carignano, finemente lavorato in marmo di San Martino.
Tra Seicento e Settecento l'uso di questa pietra declinò a causa delle
difficoltà di approvvigionamento legate alle pessime condizioni delle
strade, problema risolto solo nell'Ottocento. Nel Settecento, in
edifici di pregio come Palazzo Saluzzo Paesana, troviamo il marmo di
San Martino limitato alle balaustre del piano nobile, mentre le colonne
furono realizzate in pietra di Gassino. Lo stesso Filippo Juvarra non
utilizzò mai marmo di San Martino di nuova estrazione, preferendo
avvalersi del reimpiego. Per le edicole dell'altare maggiore della
Venaria utilizzò grandi colonne smantellate dal Regio Parco, che ebbero
una lunga storia di spostamenti tra la Venaria e il Castello di Rivoli.
Solo per elementi di dimensioni ridotte e facilmente trasportabili,
come modiglioni e cherubini, è probabile l'uso di materiale appena
cavato.
Nell'Ottocento spicca l'intervento dello scultore Giuseppe Gaggini, che
sostituì una parasta della facciata di Palazzo Madama utilizzando il
marmo di San Martino, in un'opera di restauro altamente mimetico.
Questo caso unico ha contribuito all'equivoco storico secondo cui
l'intera facciata di Palazzo Madama, o addirittura il Duomo di Torino,
fossero realizzati in marmo di San Martino; in realtà, il Duomo è
rivestito esternamente in marmo di Foresto e internamente in marmo di
Chianocco.
Gaggini realizzò in seguito opere molto imponenti, come la statua di
Carlo Emanuele II situata davanti alla Gran Madre. Le sue sculture
richiederanno studi più approfonditi per distinguere l'utilizzo del
marmo di San Martino da quello di Carrara, spesso impiegati
parallelamente. Infine, recenti ricerche in corso di pubblicazione
stanno portando alla luce utilizzi inediti di varietà "zebrate" e
simili al bardiglio del marmo di San Martino, impiegato in elementi
decorativi. Si tratta di una novità che sfata il mito secondo cui
storicamente questo materiale venisse impiegato unicamente nella sua
variante perfettamente bianca.
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