Sono un architetto e mi occupo degli
aspetti applicativi dei marmi, concentrandomi sulla ricerca d'archivio
ancor prima che sull'estrazione in cava.
Dall’analisi dei documenti conservati nell’Archivio di Stato,
nell'Archivio Storico del Comune di Torino e negli archivi locali
emergono molti riferimenti interessanti relativi agli impieghi dei
materiali lapidei. L'immagine iniziale mostra una celebre incisione che
rappresenta Torino nel 1572, nel passaggio tra il tardo Medioevo e
l'età moderna, epoca in cui la capitale sabauda fu trasferita da
Chambéry a Torino: in questi anni Emanuele Filiberto si trovò di fronte
a una piccola città di circa cinquemila abitanti racchiusa tra mura
antiche, il cui confine andava da Palazzo Madama fino alla Cittadella.
Il progetto urbanistico implicava la costruzione delle strutture
amministrative e politiche adatte a una capitale, cioè l’edificazione
di palazzi e residenze auliche e rappresentative. A tal fine, era
necessario trovare i materiali adatti. Fin da subito emerse un
confronto con la Francia che sarebbe durato per due secoli. Già dal
1560 erano iniziate in Francia le estrazioni del marmo bianco che Luigi
XIV avrebbe poi utilizzato a Versailles, e Torino doveva trovare un
materiale in grado di competere con tale sfarzo. Iniziarono così le
ricerche di marmi bianchi nel Pinerolese per un uso prettamente
architettonico, destinati a fornire colonne, portali e capitelli, con
un approccio pragmatico che ancora non includeva la statuaria. Già
dalla fine del XVI secolo le colonne cominciarono a trovare larga
applicazione negli edifici civili e religiosi, divenendo nei secoli
successivi un elemento caratterizzante per Torino: basti pensare a
Piazza San Carlo, alla Mole Antonelliana o alla Gran Madre. Lo
sfruttamento delle cave del pinerolese per impieghi ducali risale al
1585, con la fornitura dei materiali per la decorazione della chiesa
dei Cappuccini di Torino. Inoltre, tra i primi esempi ancora in opera
di utilizzo del marmo bianco della Val San Martino vi sono anche le
colonne dei "garittoni" dei Giardini Reali, logge aperte a ridosso
delle fortificazioni, destinate allo svago e non a scopi militari.
Queste strutture permettevano di affacciarsi per ammirare residenze
esterne come il Regio Parco. Sebbene le logge siano state
successivamente tamponate, le colonne sono ancora visibili e presentano
caratteristiche, come screziature e venature, che permettono di
identificarle chiaramente come marmo di San Martino. In passato,
materiali lapidei anche molto diversi erano considerati tutti marmi
bianchi: dai marmi di San Martino o di Valdieri, al marmo di Chianocco
dal colore beige-nocciola, fino alla pietra di Gassino, originariamente
grigia ma tendente a sbiancare con il tempo e l’esposizione agli agenti
atmosferici. L'analisi ravvicinata degli accostamenti di questi
materiali permette oggi di ricostruire le integrazioni subite da un
edificio.
Un esempio raffinato di impiego del marmo di San Martino si trova nel
Salone degli Svizzeri di Palazzo Reale, dove il camino monumentale,
realizzato a metà del Seicento da Bernardino Quadri, mostra una
complessa ricomposizione di elementi di diversa provenienza geografica
e storica. In quest'opera, il marmo di San Martino è stato utilizzato
per le fasce e le basi bianche che racchiudono gli altri marmi colorati.

Il camino monumentale nel Salone degli Svizzeri del Palazzo Reale di
Torino, realizzato a metà del Seicento da Bernardino Quadri.
Fonte: https://www.arketipomagazine.it/palazzetti-per-il-caminetto-monumentale-di-palazzo-reale-a-torino/
A Venaria Reale, invece, il marmo di San Martino fu impiegato per le
grandi statue della rotonda posta di fronte alla chiesa parrocchiale.
In questa occasione, tuttavia, emersero i difetti del materiale: benché
esteticamente molto bello, all'atto pratico della scolpitura si
scheggiava facilmente, mettendo in difficoltà gli artisti. Le prime
opere consegnate non piacquero e dovettero essere rifatte dalla bottega
dei Carlone. Va notato che molte delle architetture che comprendevano
parti realizzate in marmo di San Martino, come il Regio Parco, il
Castello di Mirafiori o le antiche porte della città, sono andate
distrutte o trasformate. Le ricerche d'archivio hanno però permesso di
tracciare il riutilizzo di questi elementi smontati e reimpiegati anche
a un secolo di distanza in altre architetture. Un famoso esempio di
impiego del marmo di San Martino è il mascherone del 1682 sul portale
di ingresso di Palazzo Carignano, di cui fin da subito venne apprezzata
la finezza della lavorazione. Tra Seicento e Settecento l'uso di questo
materiale declinò a causa delle difficoltà di approvvigionamento legate
alle pessime condizioni delle strade, problema risolto solo
nell'Ottocento con lo sfruttamento della cava di Rocca Corba. Tra gli
esempi aulici settecenteschi figura Palazzo Saluzzo Paesana, in cui
troviamo il marmo di San Martino limitato alle balaustre del piano
nobile, mentre le colonne furono realizzate in pietra di Gassino. Lo
stesso Filippo Juvarra non utilizzò mai marmo di San Martino di nuova
estrazione, avvalendosi invece di materiale di reimpiego. Per le
edicole dei Padri della Chiesa in Sant’Uberto utilizzò infatti alcune
delle grandi colonne smantellate dalla cappella delle Quattro Vergini
al Regio Parco, mentre altre vennero riutilizzate nel Castello di
Rivoli e, da Benedetto Alfieri, nella chiesa parrocchiale di Venaria.
Solo per elementi di dimensioni ridotte e facilmente trasportabili,
come i modiglioni e i cherubini dell’altare maggiore sempre in
Sant’Uberto, è possibile che sia stato usato materiale appena cavato.
Nell'Ottocento spicca l'intervento dello scultore Giuseppe Gaggini, che
sostituì una parasta della facciata di Palazzo Madama utilizzando il
marmo di San Martino, in un'opera di restauro altamente mimetico.
Questo caso unico ha contribuito all'equivoco storico secondo cui
l'intera facciata di Palazzo Madama, o addirittura quella del Duomo di
Torino, fossero realizzati in marmo di San Martino. Gaggini realizzò in
seguito opere molto imponenti, come la statua di Carlo Emanuele II
situata davanti alla Gran Madre. Le sue sculture richiederanno studi
più approfonditi per distinguere l'utilizzo del marmo di San Martino da
quello di Carrara, spesso impiegati parallelamente. Infine, recenti
ricerche in corso di pubblicazione stanno portando alla luce impieghi
inediti in elementi decorativi di varietà "zebrate" e simili al
bardiglio del marmo di San Martino si tratta di una novità che sfata il
mito secondo cui storicamente questo materiale sia stato impiegato
unicamente nella sua variante perfettamente bianca.