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Persone e Territorio 2026

Carlo Balma Mion

[NB: questo testo è una trascrizione AI della registrazione del convegno con una minima rielaborazione automatica per la sistemazione formale del testo]

Cercherò di abbreviare i tempi per rientrare nella tempistica prevista.
Sono un architetto e mi occupo dell'applicazione dei marmi, concentrandomi sulla ricerca d'archivio ancor prima che sull'estrazione in cava. Analizzo i documenti conservati negli Archivi di Stato, nell'Archivio Storico del Comune di Torino e negli archivi locali, dove talvolta emergono riferimenti a materiali che ci permettono di trarre conclusioni interessanti.
L'immagine iniziale mostra una celebre incisione che rappresenta Torino nel 1572, nel passaggio tra il tardo Medioevo e l'età moderna, epoca in cui la capitale sabauda fu trasferita da Chambéry a Torino. Parafrasando una frase famosa, in quel periodo "il ducato era stato fatto, bisognava fare la capitale".
Con il trasferimento, Emanuele Filiberto si trovò di fronte a poco più che un paese: una città di circa cinquemila abitanti racchiusa tra mura antiche, il cui confine andava dall'attuale Palazzo Madama fino alla Cittadella. Il progetto implicava la costruzione di una città adatta a ospitare le strutture amministrative e politiche, edificando palazzi e residenze auliche e rappresentative. A tal fine, era necessario trovare i materiali adatti.
Fin da subito emerse una competizione con la Francia che sarebbe durata per due secoli. Tra il 1560 e il 1580 iniziarono in Francia le estrazioni del marmo bianco che Luigi XIV avrebbe utilizzato a Versailles, e Torino doveva trovare un materiale in grado di competere con tale sfarzo. Iniziarono così le ricerche di marmi bianchi nel Pinerolese per un uso prettamente architettonico, destinati a fornire colonne, portali e capitelli, con un approccio pragmatico che ancora non includeva la statuaria. Le colonne divennero un elemento fondamentale su cui Torino fondò gran parte della sua estetica nei secoli successivi: basti pensare a Piazza San Carlo, alla Mole Antonelliana o alla Gran Madre.
Tra i primi esempi ancora in opera vi sono le colonne dei "garettoni" dei Giardini Reali, logge aperte a ridosso delle fortificazioni, destinate allo svago e non a scopi militari. Queste strutture permettevano di affacciarsi per ammirare residenze esterne come il Regio Parco. Sebbene le logge siano state successivamente tamponate, le colonne sono ancora visibili e presentano caratteristiche, come screziature e venature, che permettono di identificarle chiaramente come marmo di San Martino.
Un intervento moderno su Palazzo Madama dimostra che il concetto storico di "marmo bianco" deve essere sempre contestualizzato. In passato, materiali piemontesi molto diversi erano considerati tutti marmi bianchi: dal vero marmo di San Martino o di Valdieri, al marmo di Chianocco dal colore beige-nocciola, fino alla pietra di Gassino, originariamente grigia ma tendente a sbiancare con il tempo. L'analisi ravvicinata delle stratigrafie e degli accostamenti di questi materiali permette oggi di ricostruire le integrazioni subite da un edificio. Un esempio raffinato di impiego si trova nel Salone degli Svizzeri di Palazzo Reale, dove un camino monumentale, realizzato a metà del Seicento da Bernardino Quadri, mostra una complessa ricomposizione di elementi di diversa provenienza geografica e storica. In quest'opera, il marmo di San Martino è stato utilizzato per le fasce e le basi bianche che racchiudono gli altri marmi colorati.
Anche alla Venaria Reale il marmo di San Martino fu inizialmente impiegato per grandi statue e colonne commissionate per la rotonda. Tuttavia, emersero i difetti del materiale: benché esteticamente molto bello, all'atto pratico della scolpitura si scheggiava facilmente, mettendo in difficoltà gli artisti. Le prime opere consegnate non piacquero e dovettero essere rifatte dalla bottega dei Carloni.
Va notato che molte delle architetture iniziali realizzate in marmo di San Martino, come quelle per il Regio Parco, il Castello di Mirafiori o le antiche porte della città, sono andate distrutte o trasformate. Le ricerche d'archivio hanno però permesso di tracciare il riutilizzo di questi elementi smontati e reimpiegati anche a un secolo di distanza in altre architetture. Ne è un esempio il mascherone del 1682 a Palazzo Carignano, finemente lavorato in marmo di San Martino.
Tra Seicento e Settecento l'uso di questa pietra declinò a causa delle difficoltà di approvvigionamento legate alle pessime condizioni delle strade, problema risolto solo nell'Ottocento. Nel Settecento, in edifici di pregio come Palazzo Saluzzo Paesana, troviamo il marmo di San Martino limitato alle balaustre del piano nobile, mentre le colonne furono realizzate in pietra di Gassino. Lo stesso Filippo Juvarra non utilizzò mai marmo di San Martino di nuova estrazione, preferendo avvalersi del reimpiego. Per le edicole dell'altare maggiore della Venaria utilizzò grandi colonne smantellate dal Regio Parco, che ebbero una lunga storia di spostamenti tra la Venaria e il Castello di Rivoli. Solo per elementi di dimensioni ridotte e facilmente trasportabili, come modiglioni e cherubini, è probabile l'uso di materiale appena cavato.
Nell'Ottocento spicca l'intervento dello scultore Giuseppe Gaggini, che sostituì una parasta della facciata di Palazzo Madama utilizzando il marmo di San Martino, in un'opera di restauro altamente mimetico. Questo caso unico ha contribuito all'equivoco storico secondo cui l'intera facciata di Palazzo Madama, o addirittura il Duomo di Torino, fossero realizzati in marmo di San Martino; in realtà, il Duomo è rivestito esternamente in marmo di Foresto e internamente in marmo di Chianocco.
Gaggini realizzò in seguito opere molto imponenti, come la statua di Carlo Emanuele II situata davanti alla Gran Madre. Le sue sculture richiederanno studi più approfonditi per distinguere l'utilizzo del marmo di San Martino da quello di Carrara, spesso impiegati parallelamente. Infine, recenti ricerche in corso di pubblicazione stanno portando alla luce utilizzi inediti di varietà "zebrate" e simili al bardiglio del marmo di San Martino, impiegato in elementi decorativi. Si tratta di una novità che sfata il mito secondo cui storicamente questo materiale venisse impiegato unicamente nella sua variante perfettamente bianca.















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