[Moderatore]
Grazie per l'intervento.
Adesso passo la parola a Ettore Peyronel per il prossimo. Credo sia
utile un chiarimento: nei due interventi precedenti, anche se
focalizzati sul marmo, si è parlato di tre pietre, ovvero la pietra di
Luserna, il marmo e la diorite del Malanaggio. Il prossimo intervento
parla anch'esso di tre pietre, ma in realtà si tratta proprio di "Tre
Pietroni", in questo caso, che hanno una lunga storia da raccontare.
Darà la parola ai sassi, che ci racconteranno la loro storia.
[Relatore]
Vado molto veloce, visto che ormai cominciamo tutti ad aver
fame e sete.
Questo sarà un lavoro meno tecnico e più "terra a terra", infatti ci
abbassiamo al livello di tre pietre. Prima di tutto devo ringraziare i
fratelli Gelato per avermi concesso di fotografare il primo elemento,
quello che vedete qua a sinistra.
L'ho chiamata "Pietra di Traverse", ed è stata trovata circa 36 anni
fa, se non ricordo male, nell'imbottitura di un muro di una casa
settecentesca a Traverse. Con grande attenzione chi l'ha trovata l'ha
messa da parte e per fortuna non l'ha riutilizzata, anche se il
riutilizzo, come abbiamo visto prima, è una pratica molto comune; per
cui abbiamo la possibilità adesso di poterla ammirare. È un elemento
non funzionale ritrovato nel 1990. Le dimensioni che vedete qua non
sono quelle di un oggetto piccolissimo: è un reperto che, tra l'altro,
pesa circa 25-35 kg, in quanto è scheggiato e mancante di alcune parti.
Si tratta quasi sicuramente di micascisto locale, con una lavorazione
superficiale eseguita mediante un oggetto metallico. Visto così, uno si
chiede: ma cosa poteva essere?
Abbiamo fatto una cosa molto semplice: ho provato a fotografarlo da
tutte le angolazioni immaginabili. Qui lo vedete nella parte interiore:
c'è una frattura a sinistra con una mancanza. Se guardate – dobbiamo
fare la foto con Franco, il panorama da casa sua è bellissimo – vedete
l'alta Val Germanasca tutta bianca e innevata in primo piano. Nella
parte inferiore, cosa interessante, ha un foro non passante, un incavo
che può suggerire il suo possibile utilizzo. La parte posteriore è
grezza, quindi questo ci dice che c'è soltanto una faccia a vista; non
era un oggetto concepito per essere visto da entrambe le parti. C'è un
asse che passa attraverso questo simbolo e attraverso il foro,
dividendo l'oggetto in due parti. Formalmente le due metà non sono
speculari, ma sono comunque bilanciate: un simbolo a destra ce
l'abbiamo anche a sinistra; non sono equivalenti o nella stessa
identica posizione, e questo potrebbe suggerire che la simmetria fosse
funzionale e non ornamentale. Cosa vuol dire questo? Che i simboli non
sono fatti per un puro disegno o per un fine artistico, ma avevano una
funzione che veniva trasmessa dall'oggetto stesso.
Proviamo ad analizzarlo velocemente. Nella parte inferiore abbiamo una
linea angolare spezzata a sei punte, definita dagli archeologi "a denti
di lupo", un motivo estremamente comune fin verso il 1400-1500, il che
ci aiuterà anche per la datazione successiva. Abbiamo l'elemento
principale segnato in alto, poi abbiamo delle coppie contrapposte di
altri simboli. L'elemento centrale è interessante: è a forma di losanga
ed è quasi sicuramente una croce potenziata, ossia una croce che reca
su ogni braccio un secondo elemento formando un totale di cinque croci
(una principale e quattro più piccole), oppure si tratta di una losanga
a graticcio. Chiaramente l'elemento è deteriorato e la parte esterna
non è completa. A sinistra abbiamo i primi due elementi. Quello che
dico prendetelo con beneficio di inventario: sarebbe bello se questi
oggetti fossero esaminati da un vero esperto. Io ho fatto delle
ipotesi; se saranno confermate, bene, se non lo saranno, ancora meglio
perché avremo una certezza assoluta. Abbiamo a sinistra una rosetta
solare o un fiore, e all'interno un simbolo molto comune che è definito
"a occhio" o "a mandorla". In basso abbiamo un'altra coppia, sempre con
occhio e mandorla e una linea spezzata; alla base, a simmetria
perfetta, ci sono due cerchi. Quello di sinistra si vede molto poco,
perché la rottura ne ha asportato la parte terminale.
La cosa forse più interessante è chiederci a cosa potesse servire
questa pietra, per quale motivo l'hanno fatta e cosa voleva comunicare.
Probabilmente, era la parte superiore di una lunetta o di un'apertura,
come una monofora o una bifora, ma non lo sappiamo. Le misure,
tuttavia, ci dicono che l'apertura, se in un pezzo unico, formava
soltanto una piccola finestra di 35-40 cm. Nel caso fosse il concio in
chiave di un arco di cui parlava anche Paolo prima? Secondo me no,
visto che le due linee basali dell'elemento non sono consecutive e
l'angolo è troppo piccolo; potrebbe invece essere la parte superiore di
una porta.
A questo punto passiamo alla datazione. La mia ipotesi, ripeto da
prendere con molta cautela, è che risalga al XIV o XV secolo, al
massimo alla prima metà del Cinquecento. Perché? Perché verso la metà
del Cinquecento la popolazione della Valle diventa quasi completamente
valdese, e vi posso garantire che in una cultura religiosa valdese,
dopo la metà del Cinquecento, nessuno si sarebbe mai messo a fare una
serie di incisioni del genere. Specialmente per via del simbolo con la
croce potenziata, che in ambiente valdese non verrebbe mai
rappresentato. Quindi, da un punto di vista storico, opterei per una
datazione precedente alla metà del Cinquecento. Quando vedrà le foto
una persona esperta ci saprà dire se ho preso un abbaglio oppure no. I
simboli erano apotropaici – una parola difficile che vuol dire
semplicemente che servivano a proteggere gli abitanti e gli animali che
vivevano dentro casa. La committenza arrivava da un ambito
agropastorale, cioè dalla gente che viveva lì? Direi di no, per un
motivo molto semplice: è difficile che le maestranze locali avessero
non solo la capacità di scolpire la pietra in quel modo, ma anche di
inventare e realizzare quei simboli. Ho fatto cercare dall'intelligenza
artificiale le immagini di pietre precedenti al 1500 nel Piemonte
occidentale: ne ha estratte 20 o 30, ma la differenza è palese.
Guardate questa, sicuramente quattrocentesca, con la croce, l'uomo,
l'albero e il serpente: è molto grezza e si vede che è fatta da gente
del posto. La nostra, invece, no. Per cui un'ipotesi: dove siamo? Siamo
a San Martino, in un ambito in cui la presenza abbaziale era molto
forte; è possibile si tratti di una committenza nobiliare o abbaziale,
o dei piccoli signorotti locali, gli stessi che pagavano per avere la
loro cappella a Santa Maria di Perrero.
Andiamo avanti. Qualche anno fa, mentre facevamo il primo sopralluogo a
Perrero con Paolo e altri, mi è caduto l'occhio su due pietre. Sono un
po' curioso, mi piace guardare le pietre in giro; non sono un tecnico
bravo come loro, ma mi piace osservare. Su un gradino della canonica mi
è caduto l'occhio su questa pietra, utilizzata proprio per fare un
gradino. Qualche mese fa ho chiesto l'autorizzazione al vescovo per
poter fotografare questo elemento e l'altro che vediamo dopo. Me l'ha
accordata senza nessun problema. Anche qui si tratta di un materiale
poverissimo, sempre micascisto, ma la particolarità sono queste quattro
croci un po' singolari e un vuoto all'interno. Guardate questo, a cosa
pensate immediatamente? A una mensa d'altare consacrata.
Secondo me avete spesso sentito la frase "una cosa è fatta con tutti i
crismi". Sapete cosa vuol dire e cos'è il crisma? Le croci (in realtà
sono cinque: quattro agli angoli e una al centro) venivano unte con
l'olio santo, chiamato crisma, per consacrare la pietra d'altare.
Quindi "una cosa fatta con tutti i crismi" è una cosa fatta bene, in
modo corretto. Ringrazio don Luca per il permesso concesso per poter
vedere e fotografare queste pietre. Quel foro centrale, comunissimo, si
chiama "Sepulcrum" ed era un incavo, un vuoto all'interno della pietra,
in cui venivano poste le reliquie, coperto poi con una pietra con la
quinta croce incisa al di sopra.
Questa è la certezza che l'elemento recuperato era una pietra d'altare.
Da dove può arrivare? Lì vicinissimo, a 20 metri, abbiamo la chiesa di
Santa Maria Maddalena. Noi sappiamo da un verbale di una visita
pastorale di inizio Cinquecento che vi erano ben cinque cappelle: un
altare centrale e altre quattro cappelle laterali, e quindi c'erano
cinque di queste pietre. Molto probabilmente una di queste pietre è
stata riutilizzata una prima volta nel Seicento, e poi negli anni '50
come gradino. Le croci, ingrandendole, mostrano una fattura molto
particolare. Non è la classica croce che troviamo incisa in giro.
Osservate, sono croci patenti, risalenti a circa il Seicento, molto
strette all'inizio del braccio e molto larghe nella parte terminale.
Passando all'interno, si individua molto bene che il lavoro è stato
fatto con un punteruolo nella parte centrale in fondo, e lateralmente
con lo scalpello.
Sempre quel giorno che eravamo lì, ho visto che c'era questo blocco
vicino. Quando l'ho visto mi sono venute in mente due cose. La prima:
don Bessone, che molti di voi hanno conosciuto come parroco qui per
tantissimi anni, nel 1958 fece eseguire dei grandi lavori di restauro e
ristrutturazione della chiesa. Sicuramente, in quell'occasione, venne
sostituito tutto il fonte battesimale vecchio. La seconda cosa che mi è
venuta in mente è un documento trovato negli archivi della diocesi che
parlava, a metà Seicento, della sostituzione del fonte battesimale.
Durante i moti del 1655 – le cosiddette Pasque piemontesi – la chiesa
fu occupata dai valdesi e il fonte battesimale fu spaccato. Lì è
rimasto rotto finché un prete arrivato da Cantapia, e una decina di
famiglie che non avevano i soldi per far lavorare un nuovo fonte,
risolsero il problema. Nel 1658, quindi 300 anni prima dei lavori
moderni, venne sostituito. In questa memoria si parla di quello rotto
definendolo in modo molto generico come "marmo del Perrero".
Non abbiamo nulla di preciso su da dove venisse il fonte battesimale
più antico, probabilmente da Rocca Bianca come quello di Prali
(anch'esso demolito a inizio Cinquecento). Ma lo stesso curato in un
altro documento molto interessante – un consegnamento sui beni – scrive
di "un vaso di marmo per fonte battesimale, fatto fare da un picapera
[tagliapietre] che lui definisce capomastro, facendo travagliare del
marmo questo anno 1658 alla sollecitazione di me sottoscritto
prevosto". Ma come si fa se non si hanno i soldi per pagare? Allora
cosa fanno i parrocchiani? Trasportano altri blocchi di marmo da Rocca
Bianca fino al piano, cioè fino al ponte delle fucine. In pratica
barattano la manodopera necessaria al trasporto da Rocca Bianca fino a
giù di altri pezzi che il capomastro, evidentemente per quell'anno,
mandava verso Pinerolo e Torino. Siamo alla fine.
Il peso stimato è di 150 kg, quindi non è un oggettino piccolo, ed è un
blocco bello massiccio. La cosa più interessante l'ho notata sul bordo.
L'ho pulito leggermente con una spugnetta (senza idropulitrice perché
altrimenti mi sgridano) ed è comparsa una croce. La particolarità – di
cui poi ho capito il perché – è che la croce non è posta su un asse di
simmetria (non è posta sull'asse maggiore o minore), ma è sfalsata. Da
notare inoltre che c'è una parte del foro dove l'acqua doveva essere
recuperata, mentre dall'altro lato è leggermente svasato per aiutare lo
scorrimento dell'acqua. Il motivo della croce sfalsata è molto
semplice: molto spesso, nelle chiese non di città, il fonte battesimale
veniva posizionato sulla parete sinistra della navata. La croce non
veniva messa contro il muro o esattamente sull'asse maggiore, ma in
posizione sfalsata per essere visibile e indirizzata verso chi entrava.
Dall'altro lato c'è anche un altro simbolo, ma l'erosione del marmo non
permette di capirlo bene per avere la certezza se sia davvero
secentesco o se sia stato sostituito nel Settecento o Ottocento.
Tuttavia, con buonissima probabilità, quel blocco è proprio il fonte
battesimale fatto realizzare nel 1658 dal prevosto di Cantapia.
Aggiungo solo un'ultima cosa. Abbiamo effettuato una ricerca con Paolo
all'Archivio di Stato di Torino, e abbiamo scattato oltre 3000 foto ai
rotoli della Castellania di Perosa. Sono uscite fuori due informazioni
precisissime. Abbiamo trovato il nome dell'imprenditore dei
tagliapietre di Rocca Bianca. Parliamo di due elementi di marmo portati
a Pinerolo, ma la data è eccezionale: 1324. Parliamo di una lastra per
una mensa d'altare di grosse dimensioni, di costo altissimo, per la
cappella del castello di Pinerolo di Filippo di Savoia-Acaia. Qualche
anno dopo c'è un altro tagliapietre, che guadagna molto meno, il quale
realizza un pilone di marmo per la fontana del castello che
probabilmente sorreggeva le tubazioni di piombo.
Grazie dell'attenzione.
Sito del relatore:
Vallis Sacti Martinii
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