Laura Gelato Anita
Tarascio
[NB: questo testo è una trascrizione AI della registrazione del
convegno con una minima rielaborazione automatica per la sistemazione
formale del testo]
[Moderatore] Buongiorno, o meglio, buon pomeriggio con una
precisione inquietante. Sono esattamente le 15:00 in questo momento; a
parte il fuso orario non corretto, ma non importa, bentornati. Speriamo
che la digestione non sia troppo pesante. Il pomeriggio sarà dedicato
alle persone della valle e in particolare parleremo di tre figure. Il
primo intervento sarà tenuto da Laura Gelato e Anita Tarascio e parlerà
di Suor Ida Bert, un personaggio importante che ha avuto un ruolo di
rilievo nelle attività solidaristiche del tempo e del quale ci
racconteranno tutto.
Buongiorno e ben ritornati. Cominciamo questo pomeriggio parlando di
una persona molto importante che ha vissuto in una frazione di Bovile.
Questa mattina i relatori hanno parlato delle tracce presenti sul
territorio; chi visita i Vrocchi di Bovile può trovare due tracce
importanti che si collegano a questa figura. La prima è una lapide
posata nel 2004 dalla famiglia dei discendenti dei Bert: un luogo
speciale perché è stata collocata nella casa dove Ida Bert è stata
allevata e dove più volte è ritornata nel corso della sua vita. L'altra
traccia è il Museo delle Diaconesse, inaugurato nel 2015 sempre ai
Vrocchi e allestito in un altro luogo fondamentale per la comunità,
ovvero la scuola. Abbiamo con noi Anita Tarascio, una delle curatrici
che ancora oggi si occupa del museo, il quale è stato creato, lo
ricordiamo, grazie alla donazione dei materiali da parte della
famiglia. La cosa bella che mi piace sottolineare è che alla
realizzazione del museo hanno collaborato in tanti: molte persone
avevano a cuore questa figura e volevano che si tramandasse ciò che
aveva fatto per il territorio. Do la parola ad Anita Tarascio che ci
parlerà del museo e delle diaconesse.
[Anita Tarascio] Vi ringrazio. Comincio subito spiegando che cosa sono
le diaconesse. Dobbiamo innanzitutto cercare di capire chi fossero. A
livello etimologico, la parola "diaconessa" è di origine greca e
significa "diacono", "servitore". Già la Chiesa cattolico-romana
nell'antichità contemplava il ruolo delle diaconesse per l'assistenza
ai poveri, ma facciamo un excursus storico per inquadrare meglio la
questione in ambito valdese.
Dopo il Rimpatrio, e per gran parte del XVIII secolo, i valdesi furono
segregati nelle valli, isolati nel cosiddetto "ghetto alpino" senza
poter scendere in pianura. Con la Rivoluzione Francese e i suoi ideali
di libertà e progresso, la situazione cambiò a livello europeo. Dai
lunghi periodi di battaglie contro l'intolleranza religiosa si passò
alla tolleranza del triennio giacobino (1796-1798), seguita dal crollo
della monarchia sabauda e dall'insediamento a Torino del governo
provvisorio repubblicano, che proclamò l'uguaglianza giuridica dei
cittadini. Nel quindicennio dell'Impero Napoleonico il ghetto
scomparve. Anche se con il Congresso di Vienna si riaprirono le porte
alla Restaurazione, dopo la Rivoluzione Francese il clima era ormai
cambiato, il che portò ai primi moti rivoluzionari del 1820-1821.
In questo contesto, i pastori dell'Ottocento e la Tavola Valdese si
impegnarono fortemente per tenere unita la società valdese sia sul
piano spirituale che politico, mantenendo contatti con l'Europa
protestante. Entrammo così nel famoso periodo del Risveglio. Si voleva
resistere ma allo stesso tempo costruire una comunità fondata sui
valori di libertà, dibattito sociale, solidarietà e diaconia. Nel 1825
arrivò Felix Neff, un evangelista ginevrino che, predicando, portò i
"risvegliati" a vivere l'entusiasmo della fede con un forte desiderio
di rinnovamento e coinvolgimento personale.
Nacquero così diverse opere sul territorio, mosse dal bisogno di creare
legami di umanità con i bisognosi e gli anziani: in questo consiste la
diaconia. Di fronte a una difficile situazione socioeconomica,
caratterizzata da migrazioni, abbandono della montagna, malattie e
povertà, vennero istituite le borse dei poveri presso i concistori.
L'idea di organizzare un ministero femminile dedicato alla cura dei
malati nacque a Kaiserswerth, in Germania, grazie al pastore luterano
Theodor Fliedner, che si ispirò all'ammirevole opera dell'inglese
Elizabeth Fry nell'assistenza alle carcerate. Nel 1833 Fliedner accolse
una detenuta appena rilasciata e costituì un ordine femminile
protestante per farsi aiutare in queste opere: nacquero così le
diaconesse. Nel 1842 iniziò l'attività dell'Istituto delle diaconesse
in Svizzera, che divenne il principale formatore di direttrici e
infermiere per le opere valdesi. I cinque punti fondamentali del
ministero erano: formazione, consacrazione, servizio gratuito, vita
comunitaria (con l'uso del tipico costume) e ubbidienza. Il matrimonio
era consentito solo dopo aver abbandonato il percorso. Le diaconesse
valdesi prestarono servizio in moltissime strutture: l'Ospedale Valdese
di Torino, gli ospedali di Genova, Pomaretto e Palermo, gli asili di
Luserna San Giovanni, Milano, Firenze e le colonie marine e montane.
Affrontavano tre anni di formazione infermieristica (che, a partire dal
1915, si svolgeva alla Casa delle Diaconesse di Torino) per poi
perfezionarsi in Svizzera.
Parliamo ora di Suor Ida Bert. Ida Bert nacque a Faetto il 17 dicembre
1880. Rimasta orfana di madre, fu adottata dallo zio materno Alexandre
Genre, sindaco di Bovile, e andò a vivere ai Vrocchi con il fratello
Giovanni. Ragazza studiosa, gentile e gran lavoratrice, si diplomò a
pieni voti alla scuola elementare nel luglio 1894 e iniziò a insegnare
in piccole classi tra il 1897 e il 1906. Nel 1908 espresse il suo
grande desiderio: diventare diaconessa per servire Dio e curare i
poveri. La famiglia, sebbene dispiaciuta per la lontananza, non si
oppose alla vocazione e il 18 aprile 1908 il padre Enrico firmò l'atto
di consenso. Nel novembre 1908, Ida entrò come aspirante novizia nella
Casa delle Diaconesse di Torino. Dopo un periodo in Germania a
Kaiserswerth e in Svizzera, tornò in Italia prestando la sua opera a
Milano e, successivamente, all'Ospedale Protestante di Genova, dove
imparò la lingua inglese per poter assistere e far sentire a casa i
marinai malati. Fu consacrata a Pomaretto nel novembre 1914. A causa
degli eventi della Prima Guerra Mondiale e del ritorno dal fronte del
fratello gravemente malato, richiese dei congedi per assistere la sua
famiglia e la gente della borgata. Durante la Seconda Guerra Mondiale
non si risparmiò nell'assistenza, curando la gente del posto e aiutando
i partigiani. Con il passare degli anni, a causa della crisi delle
vocazioni e della solitudine derivata dai lutti familiari, si ritirò
nel settembre 1969 presso la Casa delle Diaconesse di Torre Pellice,
dove si spense il 1° settembre 1978 a quasi 98 anni. Riposa nel
cimitero di Bovile. Lascio la parola a Laura.
[Laura Gelato] Intanto ringrazio, anche perché è stato bello ascoltare
il racconto della vita di un'infermiera che ha prestato servizio sul
territorio dalla voce di una dottoressa che ha operato in questa valle
per 30 anni. Concludo parlando di alcuni aneddoti. Le date e le cariche
sono i fatti principali, ma sono le piccole cose e i gesti della vita
quotidiana a lasciare un segno nel cuore delle persone. Una nipote
ricorda che quando andava a dormire da Suor Ida, pur avendo lei le mani
già tremanti, al mattino la pettinava, le faceva la crocchia e passava
i nastri sulla stufa calda per renderli più gonfi: la bambina percepiva
tutto il garbo e la dolcezza con cui lo faceva. Ricorda anche i momenti
di confidenza sulla paglia della stalla, e l'accoglienza sempre serena
e sorridente che le riservava anche quando ormai, anziana, non vedeva
più bene. Dalle testimonianze emerge una persona molto modesta e
discreta, che forse si sarebbe persino imbarazzata per questi onori. Ha
insegnato molto a tutti noi: ha sempre collaborato e aiutato chiunque,
andando al di là della fede religiosa e della nazionalità, proprio come
a Genova con i marinai. È stato un grande esempio per tutti; ringrazio
in particolare Vera Bert per averci condiviso questi preziosi aneddoti.
[Intervento dal pubblico] Posso raccontarvi la mia esperienza? Certo.
Nel 1965, quando ero bambino, io e mia nonna andammo a trovare Suor
Ida, che era molto malata. Sapevamo che, probabilmente, sarebbe stata
l'ultima volta che l'avremmo vista. Arrivammo alla scuola dei Vrocchi e
mi fecero aspettare all'ingresso. Alla fine della visita, mia nonna e
Suor Ida si abbracciarono affettuosamente. Mia nonna mi raccontò in
seguito che si volevano molto bene e che Suor Ida l'aveva sempre
aiutata a prescindere da tutto, sebbene mia nonna fosse cattolica e lei
una diaconessa valdese. Mia nonna morì nel '72 e Suor Ida nel '78.
Volevo semplicemente condividere con voi questo bellissimo ricordo.
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