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Persone e Territorio 2026

Daniele Salengo

[NB: questo testo è una trascrizione AI della registrazione del convegno con una minima rielaborazione automatica per la sistemazione formale del testo]

Moderatore: Grazie. Passiamo ora all'intervento di Daniele, che ci parlerà di sua nonna. Ha svolto un lavoro di ricerca importante che desidera condividere con noi. Gli cedo la parola.
Laura: Prima di lasciargli la parola, volevo spiegare il filo conduttore di questa giornata e di questi tre personaggi. Daniele parlerà di sua nonna Ida Gerato. Innanzitutto, speriamo tutti di arrivare a 101 anni con la sua energia e la sua lucidità! Sua nonna rappresenta un ponte tra le due figure di cui abbiamo parlato prima. Ida ricorda spesso che, se è ancora viva, deve ringraziare Suor Ida: da giovane non stava bene e non mangiava più, ma Suor Ida le fece un'iniezione di un ricostituente (olio canforato) che le diede l'input per ripartire e arrivare fino a questa età. Don Richiardone, dal canto suo, le ha amministrato i sacramenti, l'ha sposata e ha battezzato due dei suoi figli. Ida ha ancora ricordi vividi di quando, da bambina, il parroco andava a trovare suo nonno per fare lunghe chiacchierate, portandole sempre un pezzo di pane o una caramella. Questo dimostra come le vite delle persone siano intimamente legate tra loro e al territorio in cui vivono.
Daniele: Io, Laura e sua sorella abbiamo deciso di raccogliere i ricordi di mia nonna Ida, che a gennaio ha compiuto 101 anni, ritenendo che la sua memoria dovesse diventare un patrimonio di tutti. Abbiamo intitolato questo libro riprendendo una frase in patois che lei ripete sempre: "Non mi sembra neanche vero". Lo dice perché il mondo attuale è cambiato in modo così veloce e drastico rispetto all'epoca in cui è cresciuta, che fa fatica a riconoscerlo, sentendosi quasi come un'immigrata che non riesce a integrarsi in una nuova cultura.
Come Suor Ida, morta a 98 anni, anche mia nonna è estremamente longeva. Mi piace pensare che la longevità non sia solo un fattore biologico o di cura di se stessi, ma derivi anche da una grande forza di carattere: sono persone che non si lasciano mettere i piedi in testa e che procedono con determinazione verso ciò che vogliono. Nata a San Martino il 24 gennaio 1925, ho voluto iniziare la sua presentazione citando il filosofo tedesco Nietzsche. Nella Gaia Scienza, egli scrive che il pensiero nasce camminando e i ricordi nascono muovendosi. I ricordi di mia nonna non sono statici, ma profondamente dinamici e legati all'azione.
Noi siamo il risultato dei ricordi. Non veniamo al mondo da soli, ma perché qualcuno ha costruito qualcosa prima di noi. È fondamentale sapere chi ci ha preceduto: come un albero ha bisogno di piantare radici sempre più in basso nel terreno per crescere, così l'uomo, per elevarsi verso l'alto, ha bisogno di guardare sempre più in profondità dentro di sé. I ricordi di mia nonna delineano una vita ordinaria in un tempo che fu straordinario. È un tempo diverso, in cui spesso le parole avevano significati differenti da quelli di oggi. I luoghi sono importanti perché sono plasmati dalle persone attraverso il loro lavoro e le loro azioni, creando ricordi e un senso di identità.
Vi condivido un suo racconto del 1944: "Di partigiani ne ho visti passare tanti. Il mese di agosto del '44 era stato tremendo. C'era stato un rastrellamento nella Val Chisone e alcuni erano scappati in Val Germanasca. Un giorno ne incontrai tre: si erano avvicinati sentendo le campane delle mie mucche. Di uno di loro conoscevo il papà. Mi chiesero se avessi potuto dare loro delle patate, perché erano tre giorni che mangiavano solo mirtilli e lamponi. C'era la legge dei fascisti e dei tedeschi secondo cui chi dava da mangiare ai partigiani veniva fucilato davanti a casa. Io però dissi che le avevo e andai a tirarle fuori dal campo. Le feci cuocere e diedi loro anche un pezzo di formaggio. Erano molto contenti e gentili. Insieme a loro c'era un russo. Gli chiesero: «Ma in Russia non c'è un buon Dio?». E lui rispose: «Sì che c'è, e stasera mi ha mandato questa signorina. Speriamo che domani ne mandi un'altra». Avevano semplicemente fame e chiesero solo da mangiare." Questo è un racconto semplice di un momento storico fondamentale per la nostra nazione e per le nostre valli.
Mia nonna aveva un papà, Eligio Gerato, che ha lasciato un'impronta profonda. Era un uomo molto sensibile, incapace di uccidere persino un animale, e possedeva una visione molto avanti per i suoi tempi. Avendo diversi figli e figlie, disse: "Le mie figlie non valgono meno dei miei figli", decidendo di farle studiare tutte allo stesso modo. Credo che la necessità di convivere in queste valli, pur con realtà religiose differenti, abbia generato una forte comunità e una tolleranza interna che le imposizioni esterne non riuscivano a scalfire.
Altra lettura di testimonianze: "Mio padre Eligio non aveva mai ammazzato neanche un pollo perché gli faceva senso il sangue, eppure fu mandato in guerra allo sbaraglio. Aveva un handicap al braccio a causa di un incidente con la slitta da giovane, curato alla meglio da un prete a San Martino. Combatté sulla linea della Venezia Giulia in condizioni disordinate e durissime. Una volta, rimasto senza cibo, si salvò miracolosamente spostandosi tra i tronchi bruciacchiati. Riuscì persino a fare prigioniero un soldato nemico che voleva disarmarlo. Nei campi di prigionia si ammalò di tubercolosi: i malati più gravi venivano costretti a scavarsi le fosse, ma lui, con la sua esperienza, riuscì a far finta di star bene e a salvarsi." "Ai miei tempi le scuole si dividevano in cattoliche e valdesi. A Bovile l'edificio scolastico era piccolo e la maestra doveva insegnare a turni. Andare a scuola non era semplice per via delle distanze: per frequentare la quarta e la quinta elementare bisognava scendere a piedi fino a Perrero. Siccome i bambini erano necessari per i lavori nei campi, molte famiglie li ritiravano da scuola dopo la terza elementare, in particolare le bambine. Mio padre la pensava diversamente e mandò sia i maschi che le femmine fino alla quinta."
Daniele: Ci sono molti altri racconti di questa vita ordinaria. Concludo tornando a Nietzsche e all'evocazione della casa intesa come "patria interiore". Ci riconosciamo in un luogo attraverso i ricordi e le persone. Nel 1930 le relazioni sociali erano fondate sulla famiglia; un grafico moderno mostra invece che oggi quasi il 61% delle relazioni tra i giovani avviene online. Mi chiedo quali ricordi e quali radici riusciranno a costruire queste persone attraverso uno schermo. Per quanto la rete abbia la sua utilità, non dobbiamo dimenticarci della nostra fisicità, del nostro legame con i luoghi e del bisogno di riconnetterci con la nostra interiorità. Vi ringrazio per l'attenzione.

Moderatore: Vi ringraziamo per la presenza a questo convegno. Questa mattina abbiamo affrontato una parte più scientifica per capire come l'uomo costruisca attraverso la mente; questo pomeriggio abbiamo esplorato in modo più semplice come l'uomo costruisca col cuore, lasciando segni duraturi all'interno delle persone prima ancora che nella pietra. Spero vi siate trovati bene. C'è ancora tempo per visitare il museo di Don Richiardone e quello delle Diaconesse. Vorrei aggiungere solo un pensiero su quanto detto da Daniele: al di là del tempo che trascorriamo online, oggi c'è stato un bellissimo momento di condivisione. È stato magnifico vedere le persone ritrovarsi in gruppo e parlare tra di loro durante le pause. Secondo me, è questo il valore umano più grande. Grazie a tutti.



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