Daniele Salengo
[NB: questo testo è una trascrizione AI della registrazione del
convegno con una minima rielaborazione automatica per la sistemazione
formale del testo]
Moderatore: Grazie. Passiamo ora all'intervento di Daniele, che ci
parlerà di sua nonna. Ha svolto un lavoro di ricerca importante che
desidera condividere con noi. Gli cedo la parola.
Laura: Prima di lasciargli la parola, volevo spiegare il filo
conduttore di questa giornata e di questi tre personaggi. Daniele
parlerà di sua nonna Ida Gerato. Innanzitutto, speriamo tutti di
arrivare a 101 anni con la sua energia e la sua lucidità! Sua nonna
rappresenta un ponte tra le due figure di cui abbiamo parlato prima.
Ida ricorda spesso che, se è ancora viva, deve ringraziare Suor Ida: da
giovane non stava bene e non mangiava più, ma Suor Ida le fece
un'iniezione di un ricostituente (olio canforato) che le diede l'input
per ripartire e arrivare fino a questa età. Don Richiardone, dal canto
suo, le ha amministrato i sacramenti, l'ha sposata e ha battezzato due
dei suoi figli. Ida ha ancora ricordi vividi di quando, da bambina, il
parroco andava a trovare suo nonno per fare lunghe chiacchierate,
portandole sempre un pezzo di pane o una caramella. Questo dimostra
come le vite delle persone siano intimamente legate tra loro e al
territorio in cui vivono.
Daniele: Io, Laura e sua sorella abbiamo deciso di raccogliere i
ricordi di mia nonna Ida, che a gennaio ha compiuto 101 anni, ritenendo
che la sua memoria dovesse diventare un patrimonio di tutti. Abbiamo
intitolato questo libro riprendendo una frase in patois che lei ripete
sempre: "Non mi sembra neanche vero". Lo dice perché il mondo attuale è
cambiato in modo così veloce e drastico rispetto all'epoca in cui è
cresciuta, che fa fatica a riconoscerlo, sentendosi quasi come
un'immigrata che non riesce a integrarsi in una nuova cultura.
Come Suor Ida, morta a 98 anni, anche mia nonna è estremamente longeva.
Mi piace pensare che la longevità non sia solo un fattore biologico o
di cura di se stessi, ma derivi anche da una grande forza di carattere:
sono persone che non si lasciano mettere i piedi in testa e che
procedono con determinazione verso ciò che vogliono. Nata a San Martino
il 24 gennaio 1925, ho voluto iniziare la sua presentazione citando il
filosofo tedesco Nietzsche. Nella Gaia Scienza, egli scrive che il
pensiero nasce camminando e i ricordi nascono muovendosi. I ricordi di
mia nonna non sono statici, ma profondamente dinamici e legati
all'azione.
Noi siamo il risultato dei ricordi. Non veniamo al mondo da soli, ma
perché qualcuno ha costruito qualcosa prima di noi. È fondamentale
sapere chi ci ha preceduto: come un albero ha bisogno di piantare
radici sempre più in basso nel terreno per crescere, così l'uomo, per
elevarsi verso l'alto, ha bisogno di guardare sempre più in profondità
dentro di sé. I ricordi di mia nonna delineano una vita ordinaria in un
tempo che fu straordinario. È un tempo diverso, in cui spesso le parole
avevano significati differenti da quelli di oggi. I luoghi sono
importanti perché sono plasmati dalle persone attraverso il loro lavoro
e le loro azioni, creando ricordi e un senso di identità.
Vi condivido un suo racconto del 1944: "Di partigiani ne ho visti
passare tanti. Il mese di agosto del '44 era stato tremendo. C'era
stato un rastrellamento nella Val Chisone e alcuni erano scappati in
Val Germanasca. Un giorno ne incontrai tre: si erano avvicinati
sentendo le campane delle mie mucche. Di uno di loro conoscevo il papà.
Mi chiesero se avessi potuto dare loro delle patate, perché erano tre
giorni che mangiavano solo mirtilli e lamponi. C'era la legge dei
fascisti e dei tedeschi secondo cui chi dava da mangiare ai partigiani
veniva fucilato davanti a casa. Io però dissi che le avevo e andai a
tirarle fuori dal campo. Le feci cuocere e diedi loro anche un pezzo di
formaggio. Erano molto contenti e gentili. Insieme a loro c'era un
russo. Gli chiesero: «Ma in Russia non c'è un buon Dio?». E lui
rispose: «Sì che c'è, e stasera mi ha mandato questa signorina.
Speriamo che domani ne mandi un'altra». Avevano semplicemente fame e
chiesero solo da mangiare." Questo è un racconto semplice di un momento
storico fondamentale per la nostra nazione e per le nostre valli.
Mia nonna aveva un papà, Eligio Gerato, che ha lasciato un'impronta
profonda. Era un uomo molto sensibile, incapace di uccidere persino un
animale, e possedeva una visione molto avanti per i suoi tempi. Avendo
diversi figli e figlie, disse: "Le mie figlie non valgono meno dei miei
figli", decidendo di farle studiare tutte allo stesso modo. Credo che
la necessità di convivere in queste valli, pur con realtà religiose
differenti, abbia generato una forte comunità e una tolleranza interna
che le imposizioni esterne non riuscivano a scalfire.
Altra lettura di testimonianze: "Mio padre Eligio non aveva mai
ammazzato neanche un pollo perché gli faceva senso il sangue, eppure fu
mandato in guerra allo sbaraglio. Aveva un handicap al braccio a causa
di un incidente con la slitta da giovane, curato alla meglio da un
prete a San Martino. Combatté sulla linea della Venezia Giulia in
condizioni disordinate e durissime. Una volta, rimasto senza cibo, si
salvò miracolosamente spostandosi tra i tronchi bruciacchiati. Riuscì
persino a fare prigioniero un soldato nemico che voleva disarmarlo. Nei
campi di prigionia si ammalò di tubercolosi: i malati più gravi
venivano costretti a scavarsi le fosse, ma lui, con la sua esperienza,
riuscì a far finta di star bene e a salvarsi." "Ai miei tempi le scuole
si dividevano in cattoliche e valdesi. A Bovile l'edificio scolastico
era piccolo e la maestra doveva insegnare a turni. Andare a scuola non
era semplice per via delle distanze: per frequentare la quarta e la
quinta elementare bisognava scendere a piedi fino a Perrero. Siccome i
bambini erano necessari per i lavori nei campi, molte famiglie li
ritiravano da scuola dopo la terza elementare, in particolare le
bambine. Mio padre la pensava diversamente e mandò sia i maschi che le
femmine fino alla quinta."
Daniele: Ci sono molti altri racconti di questa vita ordinaria.
Concludo tornando a Nietzsche e all'evocazione della casa intesa come
"patria interiore". Ci riconosciamo in un luogo attraverso i ricordi e
le persone. Nel 1930 le relazioni sociali erano fondate sulla famiglia;
un grafico moderno mostra invece che oggi quasi il 61% delle relazioni
tra i giovani avviene online. Mi chiedo quali ricordi e quali radici
riusciranno a costruire queste persone attraverso uno schermo. Per
quanto la rete abbia la sua utilità, non dobbiamo dimenticarci della
nostra fisicità, del nostro legame con i luoghi e del bisogno di
riconnetterci con la nostra interiorità. Vi ringrazio per l'attenzione.
Moderatore: Vi ringraziamo per la presenza a questo convegno. Questa
mattina abbiamo affrontato una parte più scientifica per capire come
l'uomo costruisca attraverso la mente; questo pomeriggio abbiamo
esplorato in modo più semplice come l'uomo costruisca col cuore,
lasciando segni duraturi all'interno delle persone prima ancora che
nella pietra. Spero vi siate trovati bene. C'è ancora tempo per
visitare il museo di Don Richiardone e quello delle Diaconesse. Vorrei
aggiungere solo un pensiero su quanto detto da Daniele: al di là del
tempo che trascorriamo online, oggi c'è stato un bellissimo momento di
condivisione. È stato magnifico vedere le persone ritrovarsi in gruppo
e parlare tra di loro durante le pause. Secondo me, è questo il valore
umano più grande. Grazie a tutti.
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