La stazione di partenza era
Sapatlé
a 2000m di
quota. Qui una decauville di 1600 metri trasportava il minerale alla
colletta Sellar dove partiva una teleferica che scendeva alle miniere
di Malzat. Qui il minerale veniva nuovamente trasferito sui vagoncini
di un’altra decauville che arrivava fino a Punta Croc. Nuovo
trasferimento su una teleferica che arrivava a Comba Molino e ultimo
passaggio alla teleferica che scendeva al ponte della Capra a Perrero.
La storia dell’impianto è condita di pettegolezzi…
Originariamente,
il talco veniva trasportato a valle in gerle o su slitte in legno.
Successivamente , sono state introdotte le teleferiche che aumentavano
l’efficienza del trasporto ma che, all’inizio, sono state osteggiate da
chi avrebbe per so il lavoro.
Il Gran Courdoun è stato proposto la
prima volta nel 1880 dal conte Enrico Brayda, allora direttore degli
impianti. Era un tecnico formidabile e aveva il merito di vivere le
miniere insieme al resto del personale benché riservandosi una
residenza più confortevole. Ma era anche un po’ megalomane ed incline
alla realizzazione di opere un po’ troppo grandi… Almeno così lo
descrive Damiano Sartorio nelle sue memorie.
Gorge Huntriss, presidente della Anglo Italian Talc & Plumbago
Mines Company bocciò l’iniziativa in quanto troppo costosa.
Ma Enrico Brayda ha trovato rapidamente la soluzione al
problema.
Ha
chiesto ad un altro imprenditore suo amico, il sig. Grandi, di
costruire lui, a sue spese, l’opera e poi di affittargliela; cosa che
poteva decidere senza l’approvazione di Huntriss.
Così, nel 1892 il Gran Courdoun ha cominciato a funzionare.
Non
passarono molti anni che Huntriss è piombato in Italia con fieri
propositi e ha licenziato il Brayda e San Martino (l’altro socio)
assumendo lui direttamente la direzione della società.
Comunque sia,
il sistema è stato poi acquisito dalla Italian Talc & Plumbago
Mines Company è funzionato dal 1892 al 1961 con ottimi risultati. È
stato poi smantellato ma le stazioni principali e i tracciati delle
decauville sono tutt’ora visibili.
La miniera di Sapatlé alla quota di 2000 metri. A sinistra
in alto la stazione di partenza
della decauville
con l'imbocco della Superiore [nome di una galleria n.d.r.]. A metà, i
baraccamenti operai, in basso, una delle due villette di abitazione.
Per
dare un'idea delle dimensioni nel settembre 1938 la miniera Sapatlé
produsse 1700 quintali di talco con 39 operai. Il trasporto del talco
da Sapatlé a Perrero ebbe solo luogo durante 2 settimane. A questo
trasporto, comprendente i carichi in salita di legname da armatura,
erano solitamente impiegati 17 operai tratti dalle miniere Sapatlé e
Malzas. Ai tempi attuali [1975 n.d.r.], un lavoro del genere non
sarebbe assolutamente possibile dal lato economico.
Quasi nessun
operaio pernottava nei baraccamenti. In genere essi preferivano
ritornare alle loro borgate sobbarcandosi ore di cammino pur di
rientrare alle loro case dove li attendevano lavori agricoli o le cure
del bestiame.
Foto e note di
Piero
Sartorio; 1938.

La partenza della Decauville di Sapatlé - che è l'inizio di tutto il
Gran Courdoun - in una foto scattata da
Piero Sartorio
nel Luglio 1939 in occasione di una visita alle miniere organizzata dal
servizio vendite della Talco e Grafite per alcuni clienti.

Settembre
– Ottobre 1940. La stazione di Colletta Sellar. Un convoglio di talco
in attesa di essere rovesciato nei carrelli della teleferica Colletta –
Malzas. Sembrano un po' pedestri queste foto ma per me hanno il fascino
delle cose irrimediabilmente perdute.
Foto e note di
Piero
Sartorio; 1940.
C'era
a quei tempi a Sapatlé un minatore, un tipo piuttosto misantropo che
risiedeva quasi in permanenza presso la miniera. [...] Era un tipo
[...] con una notevole passione per il vino e un estremo rispetto per
l'acqua anche ad uso abluzioni. A quei tempi aveva come amico un corvo
ammaestrato, che qui è ritratto a colletta Sellar nella cui baracca
[...] dormiva, con lo sfondo delle montagne già imbiancate dalle prime
nevi.
Quel corvo era di un'intelligenza fenomenale. Ogni giorno,
poco prima delle 4 del pomeriggio, ora in cui gli operai uscivano dal
lavoro, si appostava presso l'imbocco della miniera in attesa del suo
padrone. Allorché questi saliva su un carrello della decauville per
superare i 2 chilometri tra Sapatlé e Colletta Sellar, il corvo
prendeva il volo e andava ad appostarsi all'arrivo per ricevere il
padrone. Ed è appunto in questo particolare momento che l'ho
fotografato.
Foto e note di
Piero
Sartorio; 1940.
Interno
della stazione di Colletta Sellar. Un carrello è pronto per il carico
sotto la tramoggia di sinistra. La teleferica “va e vieni” [nome
tecnico uno dei vari tipi di teleferica n.d.r.] raggiungeva in un balzo
solo di 850 metri la miniera di Malzas che si intravede sullo sfondo.
Il percorso durava circa 2 minuti.
Foto e note di
Piero
Sartorio; 1938.

Damiano
Sartorio, papà di Piero, lavorava già alla Talco e Grafite. Eccop
perché Troviamo Piero bambino in vista alle strutture minerarie nelle
quali avrebbe lavorato molto tempo dopo...
Al ritorno dal
breve soggiorno a Sapatlé con Catullo e Olga (estate 1924) è evidente
che passammo dalla miniera Malzas e ci concedemmo una gita in
decauville fino a Punta Croc. La foto ritrae appunto il convoglio di
vagonetti di talco in arrivo a Punta Croc. È visibile il bastone del
cugino Catullo. In piedi sui vagoni ci siamo io e Fausto incappucciati
di tela per compiacere la terribile paura che la mamma ha sempre avuto
per i raggi solari. È singolare il fatto che sia stato proprio io a
sostituire il mulo con una locomotiva su questa piccola ferrovia
vent'anni dopo. Però!
Foto e note di
Piero
Sartorio.

Miniera
Malzas – livello Huntriss nel 1940.
[…]
Miniera Malzas; la più
eroica della Val Chisone. Disposta su un costone
sottostante alla cresta di Rocca Bianca era periodicamente soggetta a
terribili valanghe che si staccavano dalla cima. Tutte le installazioni
erano costruite in modo da sopportare col minimo danno lo scivolamento
dell'enorme massa di neve. I baraccamenti operai, col tetto disposto
secondo la pendenza del terreno erano forniti di cunicoli attraverso i
quali, in caso di emergenza, gli occupanti potevano riparare
nell'imbocco della miniera.
Un'attenzione alla sicurezza che veniva sentita dai
dipendenti come ricorda il
sorvegliante di Sapatlé
a
Luigi Timbaldi.
Del
resto il nome stesso “Malzas” la dice lunga. In patois si chiama Malzat
un larice piccolo o un lariceto costituito da larici di piccole
dimensioni.
Il larice è un pianta eliofila, vale a dire una pianta
che ha bisogno di forte illuminazione per poter crescere. Tant'è che le
foreste di larice sono caratteristiche per avere alberi piuttosto radi
ed il sottobosco erboso. Al contrario, per esempio, delle abetaie dove
gli alberi sono estremamente fitti e non c'è erba nel sottobosco.
Il
fatto stesso che una zona sia caratteristica per la presenza di larici
piccoli implica che solitamente non hanno il tempo di diventare grossi.
E questo fenomeno è caratteristico delle zone valanghifere dove la neve
non riesce a distruggere gli alberelli molto piccoli mentre estirpa
sistematicamente quelli grossi favorendo la formazione di boschi di
larice fitti e giovani.
Foto e note di
Piero
Sartorio; 1940.
Malzas.
Foto del 2006.

Stesso luogo quando era ancora in attività.
La foto è a dir poco rara nel senso che
Piero
Sartorio
che l'ha fatta non l'aveva mia vista! Lui aveva fatto due foto distinte
i cui negativi sono arrivati fino a noi. Scannerizzati e assemblati con
software da foto panoramiche – e un tot di smanettamento... - hanno
dato questo risultato.
A monte dell'edificio si notano delle persone su una
decauville. In basso a
destra dei panni
stesi.
Il
mio lavoro mi portava sovente tra le montagne e questo ha fortificato
l'affetto che portavo per quei luoghi ed anche per le modeste
installazioni industriali che li caratterizzavano. Questo è un carrello
della teleferica di Colletta Sellar in prossimità della stazione
inferiore di Malzas.
Foto e note di
Piero
Sartorio; 1940.

Malzas nei pressi della stazione della teleferica.
Foto del 2006.

Malzas teleferica nel 1893.
Fonte: Come Vivevano… Pinerolo val Chisone e Germanasca fin de siècle
(1880-1920);
Claudiana
1990

Malzas.
Foto del 2006.

La decauville è diventata un sentiero..
Foto del 2006.

Il piano inclinato che sale dalla miniera San Carlo scavalca la
decauville del Gran Courdoun.
Foto del 2006.

Qui
mancano note di Piero Sartorio. Dovrebbe trattarsi di una immagine anni
'40. Rende l'idea di cosa voleva dire spostare carichi sulle decauville
in inverno.
Foto di
Piero Sartorio;
1940 circa.

Vecchi vagoncini trasformati in fontane.
Foto del 2006.

Punta Croc.
Partenza della seconda teleferica.
Foto del 2006.

Punta Croc.
PArtenza della seconda teleferica nel 1893.
Fonte: Come Vivevano… Pinerolo val Chisone e Germanasca fin de siècle
(1880-1920);
Claudiana
1990

Punta Croc.
Vista dalla partenza della seconda teleferica.
Foto del 2006.

L'età dell'impianto è evidenziata dalla forma dei dadi che erano
quandrati mentre oggi sono esagonali.
Foto del 2006.

Punta Croc.
Rullo per la guida della fune traente.
Foto del 2007.

Punta Croc.
Dettaglio
del rullo per la guida della fune traente. Una settantina d'anni di
onorato servizio hanno lasciato il segno della fune inciso nella gola
in ghisa.
Foto del 2007.

Illustrazione di un rullo di guida per fune traente tratto da:
Come si progetta e si costruisce una teleferica per il trasporto di
merci e di persone
Ing. Prof. Odoardo Harley di San Giorgio
G. Lavagnolo Editore.
Torino 1937

Punta Croc.
Pulegge di monte della teleferica.
Foto del 2010.
Le
pulegge che possono ancora essere viste alla partenza della teleferica
sono scampate ai lavori di demolizione degli impianti appaltati negli
anni'60 alla ditta San Martino. Probabilmente erano troppo pesanti per
essere trasportate a valle e vendute come ferro vecchio.
Sono
entrate in funzione nel 1892 e dopo una settantina d'anni di onorato
servizio e mezzo secolo di abbandono alle intemperie restano in ottime
condizioni e non presentano rotture significative.
Osservandole, si può notare un particolare interessante. Sono fatte in
un solo pezzo ottenuto per fusione in uno stampo.
Ma
la fusione di pezzi di così grosse dimensioni, e di questa forma,
generalmente generava delle tensioni nel metallo che facilmente
portavano a rottura già sul pezzo nuovo o comunque nei primi tempi di
funzionamento.
Per ovviare a questo inconveniente la tecnica, in uso
ancora fino alla metà del XX secolo, era quella di spezzare le razze a
mazzate appena la puleggia veniva estratta dalla fusione e poi brasarle.
Le brasatura, come la saldatura, è un'operazione che serve per unire
due parti metalliche.
Nella
saldatura, il metallo di apporto può non essere previsto (saldatura a
punti) oppure è lo stesso del materiale costituente i due pezzi da
unire.
Nella brasatura il metallo di apporto è di tipo diverso.
Le
due tecniche vengono usate in funzione del tipo di materiale da unire,
della finitura estetica richiesta, e della possibilità, per il pezzo da
saldare o brasare, di essere portato a temperature elevate.
Spezzare e
poi brasare le razze delle pulegge aveva quindi la funzione di
eliminare qualsiasi tipo di tensione interna al metallo ed prevenire
rotture in funzionamento.
Le pulegge del Gran Courdoun non presentano alcuna
brasatura. Chi le ha fatte nel lontano 1892 era un “mago” della
siderurgia che verosimilmente è riuscito a fare raffreddare le fusioni
in tempi lunghissimi ottenendo questo eccezionale risultato ancora
visibile ad oltre un secolo di distanza.
Stazione
di PuntaCroc. Si vede una carrello della teleferica. Con ogni
probabilità si tratta che carrello ascendente perché si vede un
carico sporgente. Solitamente in discesa si portava minerale mentre
in salita si postavano legnami e altri materiali per il lavoro.
Foto di
Piero Sartorio;
1939.
Cavalletto
della teleferica nella tratta Comba Molino – Perrero. Si vede un
carrello di minerale in discesa.
Foto di
Piero Sartorio;
1939.

Stazione di Comba Molino.
Foto: 2010

Stazione di Comba Molino.
Zona di partenza dei vagonetti.
Foto: 2010

Le
teleferiche a quell'epoca parevano ancora un apogeo del progresso. E
il cambio di una fune portante costituiva un evento eccezionale e
veniva preparato con la cura di una cerimonia. Si vede che
quell'estate 1932 si è dovuto sostituire una fune della teleferica
Comba Molino – Punta Croc: 1400 m di lunghezza e 27 mm di diametro.
Capo delle operazioni era l'allora direttore tecnico in 2a
geom. Bauducco (c'era in quei tempi un dualismo di comando che dava
origine a esilaranti conflitti) il quale disponeva di una voce
tonante. Si mobilitava un centinaio ed oltre di operai delle miniere,
si predisponevano dei premi per fine lavoro e si preparavano con
estremo rigore le indispensabili bevute di vino. La scena aveva il
fascino di un'avventura da pionieri. Qualcosa come la posa delle
rotaie della Western Union. La foto ne è un documento.
Foto e note di
Piero
Sartorio; 1932.

Il
vano della stazione di arrivo della teleferica. Sullo spiazzo i
legnami destinati alle miniere, il vino destinato ai minatori e in
primo piano i fasci di fieno destinati ai cavalli delle decauville.
Questa
immagine è anche disponibile
in 3D.
Foto e note di
Piero
Sartorio; 1932.

Perrero.
Stazione di arrivo dell'ultima teleferica.
Foto del 2006.

Perrero.
Stazione di arrivo dell'ultima teleferica nel 1893.
Fonte: Come Vivevano… Pinerolo val Chisone e Germanasca fin de siècle
(1880-1920);
Claudiana
1990