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Miniere e cave Impianti a fune Lavori


Marmi nelle Valli Valdesi

Nell'ultimo secolo, la Val Germanasca è stata famosa essenzialmente per le sue miniere di talco – tuttora attive – e per la grafite, che nella prima metà del Novecento ha avuto una certa importanza economica e industriale. Dal Ventesimo secolo in poi, invece, del marmo non si è quasi più parlato, tanto che oggi non si associa automaticamente il nome della valle a questo tipo di industria.
Eppure, in passato la situazione era molto diversa. La valle era nota come Valle San Martino, e proprio da qui proveniva il "San Martino", considerato nei secoli scorsi il marmo più pregiato di Torino. Questo materiale veniva estratto dalla cava Cabitto (un termine locale che indicava i baraccamenti in cui viveva il personale dell'epoca), la più antica della zona, situata sul versante del Vallone di Faetto sotto la cosiddetta "Rocca Bianca". Su queste cave sono stati fatti molti studi, specialmente a cavallo tra il Novecento e gli anni Duemila; la documentazione degli ultimi cinque o sei secoli è ricca e conferma un'intensa attività estrattiva.


Marmo della Cava Maiera. Il taglio è stato fatto 'al verso', cioè nello stesso senso delle stratificazioni del marmo.
Foto: 2025

È verosimile, tuttavia, che l'estrazione del marmo risalga a epoche molto più antiche, forse persino ai tempi dei Romani, dato che nella zona esistono miniere di altri minerali risalenti a quel periodo. Certo, mancando le tecnologie moderne e vie di comunicazione – la strada carrozzabile tra Perrero e Prali è stata costruita a partire dal 1907 -, i costi di scavo erano enormi, quindi spesso ci si limitava a raccogliere blocchi di marmo già staccati dalla montagna per conto proprio e di dimensioni adeguate. Per questo motivo, e anche per la naturale perdita di documenti nel tempo, non è detto che siano rimaste tracce evidenti dei lavori più antichi.


Cava Maiera in una zona mai coltivata.
Foto: 1997

In ogni caso, oggi in giro per la valle le testimonianze non mancano. Oltre alla già citata cava Cabitto, sul versante di Prali troviamo la cava Maiera: questa struttura è rimasta attiva a singhiozzo per tutto il Novecento e all'inizio dei Duemila, sopravvivendo a interruzioni, danni e innumerevoli cambi societari. Ci sono poi due piccole cave in bassa valle, tra le borgate di Pumeifre e Bessé, e a metà valle si trova la cava di Roccia Corba, che ha la particolarità di essere l'unica in sotterraneo di tutta la zona. Poco distante da quest'ultima, sotto la miniera Gianfranco, ho notato i resti di un'altra piccola area di estrazione, anche se non saprei dire se fosse una cava autonoma o solo una propaggine di quella di Roccia Corba.
Si parla anche di cave vicino alla borgata Poet, sebbene io non ne abbia mai visto traccia, mentre a Maniglia sono ancora visibili i resti di uno scavo la cui storia si è interrotta bruscamente. Questa piccola cava cessò di operare nel 1908 a causa di un'alluvione catastrofica; in seguito, quando la strada locale venne ricostruita, finì per invadere e seppellire completamente l'area. Eppure, ancora oggi, qualche residuo affiora dalle fondamenta stradali e, guardando nel fiume, si nota la il marmo bianco del giacimento che passa proprio sotto l'alveo.
D'altronde, da queste parti il marmo si trova un po' dappertutto e ha avuto un'importanza economica notevole, nonostante che la sua estrazione fosse spesso complessa. Se ne vede anche nel vallone dei Tredici Laghi, la miniera Gianfranco attraversa il giacimento, visitando "Scopri Miniera", si può notare che l'antica mensa dei minatori in fondo alla miniera Paola finisce proprio in una vena di marmo, così come la nuova galleria per l’estrazione del talco di Pomeifré per un tratto percorre il giacimento. La cava dove era più facile estrarlo è la Cabitto, perché il giacimento affiora in superficie vicino alla vetta della montagna, evitando complessi scavi sotterranei. Il problema, però, è che ci si trova a 2.000 metri di altitudine: portare il materiale a valle è una sfida oggi, figuriamoci quanto potesse essere un'impresa ardua quando non c’erano vie di comunicazione né mezzi meccanici.
Per concludere, vale la pena citare anche le valli vicine: in Val Pellice c'era una cava di marmo nella borgata Caugis, mentre nella zona di Rorà si trovano degli affioramenti che in passato venivano usati essenzialmente per produrre calce. Non a caso, gli abitanti di quel posto venivano soprannominati “brusapere” (brucia pietre), proprio a sottolineare questa loro caratteristica produzione.

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